Piovono kiwi a pecorelle

storie e pensieri

Gerarchia, cultura e lingua

Ero in mezzo a una chiacchierata con una collega, fuori lavoro, quando ho menzionato la stranezza di chiamare tutti per nome. L’assicuratore con cui sono in contatto via mail ha da subito risposto chiamandomi per nome, nessun signora, nessun cognome. Ai colloqui di lavoro tutti si presentano con il nome, niente cognomi. Io faccio una fatica assurda a chiamare per nome il direttore della scuola dove lavoro (chiaramente in una posizione più alta della mia e più anziano di età), o rispondere a uno sconosciuto in una email formale chiamandolo per nome (infatti non ho mai fatto nessuno dei due). E ciò, nonostante io veda tutti quanti farlo e sembri essere così naturale. Per il resto a lavoro e in giro non ho mai avuto problemi, anzi aiuta a sentirsi a proprio agio (quanto meno stress e quanta meno pressione!). Ma la mia collega ha trovato strano il mio commento, e ha cercato di capire quale sia il motivo di questa differenza culturale. Io abituata a una struttura gerarchica trovo strano la familiarità con cui si interagisce qui in Nuova Zelanda, lei abituata a questa familiarità trova strana la gerarchia e netta separazione di cui le parlo. Un fattore di separazione tra le due culture è sicuramente la lingua: in inglese dai a tutti del “you”, non esiste una persona formale, dare del Lei a qualcuno. Ma allo stesso tempo la stessa collega mi ha detto che in Sud Africa (paese anglofono anch’esso) hanno una forte gerarchia sociale. Perciò da dove viene questa differenza culturale? Quanto influisce la lingua, quanto l’esperienza di un popolo, quanto la cultura influisce sulla lingua?

 

Vi lascio con due video interessanti, sulla lingua. Il primo in italiano su connotazioni differenti secondo il genere, il secondo è un Ted Talk, in inglese, sul linguaggio e il pensiero in generale.

Monologo di Paola Cortellesi

Ted Talk – How language shapes the way we think

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La vita

Sai che tutto quanto andrà bene, quando ti ritrovi a reimparare a fare a maglia perché una bimba a lavoro ti chiede di insegnarle. E un’altra bimba mentre la aiuti a fare qualcosa ti chiede “ma almeno ti pagano bene per fare questo?”. La vita è meravigliosa.


Quando l’umanità ti sorprende

Ultimamente mi sono connessa alla pagina zero waste locale, per consigli principalmente. Chiedevo se qualcuno sapesse dove trovare del tè di timo e verbena, e ho ricevuto del timo fresco gratuitamente (o meglio, in cambio di alcuni cioccolatini che avevo fatto qualche giorno prima), che sta facendo radici e si spera diventerà una qualche piantina durante l’inverno. Questo scambio di risorse tra perfetti sconosciuti mi riempie sempre il cuore.

Ma oggi un’altra persona mi ha scioccata. Ero al negozietto di frutta e verdura nel quartiere. Ci sono già stata altre volte, ma non lo frequento troppo spesso. Quando mi sono trovata alla cassa mi sono resa conto che avevo solo il borsellino del mercato, senza carta, e ormai senza contanti perché spesi tutti al mercato. Ho detto al cassiere (quasi ogni volta c’è qualcun altro) che sarei andata a casa a prendere i soldi, se potevo lasciare la spesa lì per 10 minuti. Mi ha chiesto se vivessi nel quartiere, e poi mi ha detto di prendere su tutto, mi ha fatto uno scontrino e detto di pagare la prossima volta.

Sono piacevolmente scioccata. C’è ancora fiducia negli esseri umani.


Interazioni

Quando vivi lontano da tutto e tutti, lontano da quella che è casa tua, piccole cose hanno una grande importanza. Sono quei piccoli messaggi che ti arrivano a caso, da persone a caso, un saluto, un link a un articolo su cosa sta succedendo da quelle parti, un abbraccio, una emoticon, una foto, … Sono questi i piccoli segnali che ti dicono “casa è ancora lì”, non solo la tua famiglia e i migliori amici. E allora puoi andare avanti in questa tua vita parallela. Tutto va bene e puoi immergerti di nuovo nel quotidiano fatto di lavoro e interazioni. Perché se anche il tuo presente e futuro è altrove, sai che il tuo passato è lì, a sostenerti, e ad aspettarti. Interazioni. Non ci si rende sempre conto del lungo viaggio che anche le più insignificanti fanno con noi.


L’ultimo giorno dell’anno

È l’ultimo giorno dell’anno. È quando di solito la gente guarda indietro nel tempo, e si rende conto di cosa si sia raggiunto. Non so che fine abbiano fatto gli ultimi 12 mesi, ero così intenta a trovare un po’ di stabilità e compilare burocrazie varie, inoltrare una richiesta di visto, registrarmi all’ambasciata, traslocare, cercare lavoro, cercare lavoro di nuovo, inoltrare un’altra richiesta di visto e vivere giorno per giorno, avere soddisfazioni lavorative, creare nuove amicizie che ripartono per chissà dove, esplorare posti mozzafiato. Faccio fatica a realizzare un altro anno sia passato. Un altro anno lontano da casa, così veloce e sfuggente. I bimbi crescono, la vita va avanti, e io non ho idea di cosa stia succedendo. L’altro giorno facebook mi ha ricordato un post di questo blog di due anni fa, quando nel limbo in cui ero sapevo che il mio posto era a casa. Ora sono di nuovo qui, interessante come le cose cambino, come i tentativi di autoconvincerci non sempre funzionino. Casa manca, tutto questo tempo lontano so che mi sto perdendo qualcosa, ma ora, o per ora, il mio posto è in questa nuova vita. A capire quanto sia difficile emigrare, e perché ne valga la pena, perché la gente continua a lottare per questo diritto.

Sono sicura che anche tra chi è a casa, il tempo passi troppo in fretta, tra mille affanni e mille impegni, nella quotidianità di una vita sempre uguale e sempre diversa. Auguro a tutti quanti un anno di soddisfazioni, di pause, di decolli, di avventure, di relax :) Auguro a tutti quanti che riusciate a vivere la vita, e a non lasciare che la vita vivi voi.


I bambini che ti salvano la giornata

Passi ore, giorni, mesi a disperarti per quanta plastica ci sia in giro. Per tutti i sacchetti di plastica che cercano di rifilarti al supermercato, e per tutti quelli che la gente semplicemente accetta (e butta via). Ti disperi a guardare le strade pulite, e tutti i rifiuti fuori strada come quell’immagine di chi pulisce la stanza piantando tutto sotto il tappeto o letto per un apparente pulizia.

Poi a lavoro una bimba di sette anni viene da te, e ti chiede se dopo merenda per favore può avere un sacchetto per raccogliere i rifiuti dal parcogiochi. L’ha già fatto, ti rassicura. Ti salva la giornata, e pensi che allora le speranze ci sono ancora. Anche se, in realtà, ti ha chiesto un sacchetto di plastica. Ma come puoi lamentarti a questo punto?

Altro giorno, altra bambina di otto anni, al parcogiochi. L’altalena le ha dato un pizzicotto. Mi pare giusto chiederle se l’altalena sia viva, e in questo caso quale sia il suo nome (altalena), e quale il suo genere (in inglese è “it”, non ha un genere). La risposta ovvia: è un transgender. Ma non senti malizia, e allora non puoi fare a meno che ridere. E si passa ad altri discorsi. Nuova generazione.


Misteri di questo mondo

Avevo un phön, un asciugacapelli, di quelli che funzionano una meraviglia, tanto che me lo sono portata dall’altra parte del mondo. Ben due volte. Ma la seconda non ce l’ha più fatta, dopo qualche settimana ha deciso di autoimmolarsi, si è bruciato dentro e lentamente si è spento. Il suo successore ha deciso di mettere tutto sè stesso nel suo operato. L’ho attaccato alla presa, acceso la presa, acceso il phön, asciugato i miei capelli, spento l’asciugacapelli, … e questo è rimasto acceso. L’unica via per spegnerlo è stata spegnere la presa. Poi ieri, dopo tre mesi circa, ha improvvisamente realizzato che se il tasto è sullo zero, non dovrebbe funzionare. Rivelazioni fantastiche, un click e si spegne. E ora funziona normalmente. I misteri della vita… come le consegne postali fallite alle 5.24 di mattina. Come la macchina che non si accende più, e un’ora dopo c’è un blackout generale lungo tutto il blocco.

E si ripescano il domino con cui ci si mette a costruire piste varie, e si esce dall’altra parte della strada a prendere candele, un puzzle da mille pezzi e carte da gioco (se poi ci si accompagnano i dadi anche meglio). Il menù è da cambiare perché non funziona il forno, m a almeno una nota positiva di avere il fornello a gas è che puoi ancora cucinare senza corrente.

A tutto questo si aggiunge che a inizio mese era la festa della donna. Festa che ho sempre ignorato, pensandola un’ennesima idea commerciale. E improvvisamente, perché qualcuno è rimasto sbalordito dal mio nominarla, sono andata alla ricerca del suo significato. E mi sono ritrovata a 27 anni a scoprire che la giornata internazionale della donna non è una festa, ma la commemorazione dei diritti che la donna ha raggiunto e ancora deve raggiungere. Un significato un po’ più grande di mimose regalate, un po’ più lotta per l’uguaglianza e diritti umani. E allora celebriamola, ricordiamola, che qua di mimose non ce ne sono neanche.

E poi, nella quotidiana vita post trasloco, si invitano amici a cena e improvvisamente lui ti chiede cosa è successo. Perché il brasiliano cucina vegetariano in pentola, e io mi metto a friggere frittelle vegane per gli ospiti. Solitamente lui, da bravo brasiliano, frigge, carne. Sono episodi così. Che ti fanno rendere conto di quanto ognuno sia perso nelle proprie abitudini.

Passeggiavo, l’altro giorno, pensando al fatto che in Nuova Zelanda i vetri sono singoli, i doppi vetri stanno arrivando pian piano, mentre in Svizzera le nuove finestre ne hanno pure tre. E l’isolamento termico di tetto e pareti figurarsi. Le vecchie case coloniali inglesi sono ancora come erano una volta, lentamente le stanno ristrutturando, isolando meglio i tetti. La mancanza di riscaldamento centralizzato è ancora un piccolo mistero per me, essendo le temperature molto simili a quelle svizzere. Poi però in tutti questi pensieri mi sono ricordata di aver notato l’assenza di tapparelle o persiane a protezione esterna delle finestre della casa. E camminando per strada ho cominciato a guardare ogni singola casa alla ricerca di persiane. Niente, assolutamente niente. Vetro singolo e niente protezione esterna, bici senza lucchetto nel cortile sul retro senza alcun cancello a bloccare l’accesso. E cosa ti vanno a rubare? Il vaso con la pianta di rosmarino! Maledizione. E avevo giusto pensato di trapiantarla pochi giorni prima. E sono quasi sicura che in questo mondo qua a testa in giù, io sia l’unica a usare il rosmarino per cucinare e non come pianta decorativa. Questa è Wellington ragazzi, questa è la capitale di uno dei paesi più a sud del mondo.