Piovono kiwi a pecorelle

Notizie e politica

Ogni giorno, ogni paese

Ogni giorno un’Elvetica si sveglia e si ricorda di essere in Kiwilandia. Ogni giorno una Svizzera si sveglia e si alza per spegnere quel fin troppo presto suonante telefono. Ogni giorno un’Elvetica si alza e va a svegliarsi sotto l’acqua. Ogni giorno la quantità di luce quando esce dalla stanza le dice se una maglia è abbastanza o se ci vuole anche il maglione. Ogni mattina la Svizzera prende cibo, zaino, cuffia, sciarpa e giacca da vento e si immerge nella inoltrata primavera di Wellington, pronta (o quasi) per una nuova avventura.
Un’avventura in quel di un paese che nonostante tutto ho scoperto avere un sistema penitenziario che è uno schifo ed essere secondo solo agli Stati Uniti d’America, quando si parla di tasso di incarcerazione. E questo nonostante la criminalità è in continua discesa da due decenni, sia in percentuale che in numero netto. Una nazione che nonostante gli sforzi e la buona volontà, ancora porta su di sé l’ombra della colonizzazione dimostrato da 51% della popolazione in prigione di origine māori, quando compongono solo il 14% della popolazione totale. Un paese dove il partito oppositore promette più polizia per pattugliare i centri commerciali.
Eppure ogni giorno io cammino un’ora e mezza fino a casa attraverso tutta la città, di notte le donne camminano da sole per le strade senza avere né paura né problemi (testimone ne è pure una giudice locale), non si sente parlare di violenza se non nelle statistiche e dai politici che vogliono mandare in panico la popolazione, e io mi sento più al sicuro che in Svizzera. Parlare con gli sconosciuti è normale, la gente è tranquilla e rilassata (tranne quando si è per le strade di Wellington, sembrano sfogarsi tutti quanti alla guida qua). Il sistema di informazioni e gestione delle emergenze funziona mica male. Ma pure alla fine del mondo, nonostante la gente, nonostante la popolazione, il sistema e i politici sono uguali dappertutto. Già.

Buona giornata. E non credete a chi vi dice di andare in panico. Solitamente non ce n’è motivo. A presto gens

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Quando c’è di mezzo lo shock

Ci hanno detto che è normale avere ancora effetti collaterali giorni dopo. Che la cosa migliore è parlarne. Be’ allora questo è un diario, uno sfogo e una testimonianza. Di chi dopo essere sopravvissuta a un terremoto è sopravvissuta anche ad acquazzoni, raffiche di vento oltre gli 80km/h e, soprattutto, all’attacco a sorpresa di un coltello del pane mentre stava cercando di tagliare la treccia appena sfornata. Il dito c’è ancora, perlomeno.

Il mio pensiero comunque in questi giorni va qua e là per il mondo, tra Nuova Zelanda e Italia e non so dove, dovunque ci sono persone che hanno vissuto quanto io ho solo assaggiato. L’altra notte mi sono ritrovata catapultata fuori dal letto, fuori dall’appartamento, poi fuori casa. Il terremoto M7.5 durato circa due minuti che ha scosso la Nuova Zelanda da sud a nord domenica notte ha scosso anche me: non riesco a ricordare cosa mi ha spinto o cosa ho pensato, ricordo di essermi alzata dal letto, il mio moroso urlare dalla porta di raggiungerlo fuori, essere sballottata lungo il corridoio. Solo una volta fuori nel buio a piedi nudi nel freddo, mezza cieca senza lenti a contatto, ho cominciato a realizzare cosa stesse accadendo, che prendere la giacca sulla via di uscita era stata una mossa stupida, che ci ho messo troppo a reagire. Dopo un messaggio e una chiamata abbiamo preso i nostri documenti, ci siamo vestiti e siamo saltati in macchina per andare da amici in collina lontano dal pericolo tsunami. Non ho più dormito quella notte, nemmeno una volta in un letto sicuro. Stavamo tutti bene, gli amici nella zona più colpita stavano bene, la situazione era tranquilla, eppure io non riuscivo a chiudere occhio più di qualche secondo. Credo di aver dormito mezz’ora una volta che il sole è spuntato. Ho passato la notte e anche il giorno dopo a rispondere alla gente che stavo bene, a tranquillizzare tutti che non c’erano stati danni, non eravamo feriti e il pericolo era passato. Ma essendoci in mezzo non ti rendi conto di cosa stia esattamente succedendo: con il passare delle ore e dei giorni immagini e notizie hanno cominciato ad arrivare, due morti a Kaikoura, strade spezzate in due e interrotte da frane, località separate dal resto del paese, centinaia di persone bloccate che ancora vengono evacuate pian piano via aria e mare, il centro di Wellington completamente chiuso, un lunedì fantasma, uffici negozi e scuole chiusi per riparazioni e accertamenti, i traghetti attraccati per ore fuori dalla baia perché non potevano attraccare nel porto danneggiato. Lunedì pomeriggio sono rimasta solo per qualche ora e ho cominciato improvvisamente a essere paranoica e andare in panico non fidandomi nemmeno a dormire o fare una doccia, ho scritto a un amico e sono uscita per andare a bere qualcosa. La sera altre scosse importanti e abbiamo deciso di andare da altri amici a dormire. Finalmente eravamo tranquilli, abbiamo dormito, il giorno dopo quasi tutto aveva riaperto, la vita ha ricominciato a scorrere normale, alcuni compagni non si erano nemmeno svegliati. Il tremare non lo sentiamo quasi più, altro non possiamo fare che ignorarlo, ma i miei sensi sono in allerta, e sono abbastanza sicura che una prossima volta reagirò molto più in fretta. Sono fortunata, fortunata di non essere nell’epicentro, fortunata di non aver avuto danni a differenza di altre zone della città, fortunata di avere solo un graffio e alcuni lividi a ricordarmi la notte di qualche giorno fa. Ma soprattutto fortunata di non essere sola! Il sostegno di partner, amici, scuola, città mi hanno aiutata ad andare oltre, a rientrare nel quotidiano senza troppi pensieri. Mi sembra già tutto lontano in realtà. Calcolando lo shock avuto in una situazione senza ripercussioni personali, non oso immaginare chi ne è veramente colpito, chi qua, in Italia e altrove hanno visto in un attimo la loro vita distrutta. Il mio pensiero va a loro, il mio abbraccio va a loro, molto più di prima. Ora ho capito cosa significa, almeno in parte.

Qua nel frattempo si è tornati a preoccuparsi di altre questioni quotidiane e il corpo mostra livelli di stress nuovamente normali. Buona continuazione


Ora tocca a NOI

Certo, anch’io ho pensato per prima cosa “È finita, siamo spacciati..”. Anch’io ho pensato, e ancora penso, non è possibile. Per mesi ho creduto che non sarebbe avvenuto, ma in fondo lo sapevo. Facebook è ora pieno di commenti, articoli, appelli disperati, battute… Trump ha raggiunto quello che voleva. È un uomo di scena, non un politico. È misogino, razzista, contradditorio, … ma sa cosa sta facendo. Purtroppo, forse.

Ma guardiamoci attorno. Abbiamo avuto Bush, per ben due mandati. Abbiamo avuto Berlusconi, per circa 20 anni. Abbiamo avuto Blocher che ha fatto (ri)partire tutto quanto in Svizzera. Abbiamo la destra al potere o che avanza in quasi tutti gli stati Europei. Trump è solo un altro. Quello che ci fa paura è il nucleare, la portata di potere che il presidente degli Stati Uniti d’America ha sul resto del mondo. Giusto, vero. Probabilmente. Ma è salito al potere e passerà il suo tempo come per tutti gli altri.

Forse più che fissare agli Stati Uniti con terrore e fascino, dovremmo tornare a guardare a casa nostra e cercare di cambiare le cose da noi. E per “da noi”, intendo “noi”. Non la nostra nazione, ma la nostra casa, le nostre abitudini, le nostre fisse. Affrontiamo le nostre paure, lasciamo più liberi gli altri, sorridiamo di più, aiutiamo il figlio, il genitore, il vicino, gli amici, facciamo qualcosa noi, a casa nostra, nel nostro quotidiano. E richiediamo che questo ci stia di diritto, non lamentiamoci, agiamo. Ma con testa, non seguendo il primo che dice di avere la soluzione estrema come al solito. Non è affidando i nostri problemi a un capo che si risolvono. La gente ha ancora il potere se lo vogliamo. Ma non facendo una rivoluzione o una guerra. Facendo pressione, aggiungendo la nostra voce, opponendoci ai grandi capi, ai presidenti, ai governi, alle multinazionali. Non è un’utopia, sta già accadendo. Con voti, petizioni, manifestazioni. Continuiamo. Sosteniamo!


Alptransit, la sicurezza e l’organizzazione svizzera

Ho l’onore e anche un po’ l’orgoglio di far parte di un progetto importante. Sia chiaro, ci sono finita dentro per caso e mica sapevo cosa mi aspettasse. Nessuno di noi sapeva cosa ci aspettasse, credo. Quando il coro polifonico Goccia di Voci ha ricevuto l’invito a partecipare allo spettacolo di inaugurazione dell’Alptransit, io ero ancora dall’altra parte del mondo per la Terra di Mezzo. Ma delle mail dall’oggetto anomalo hanno attirato la mia attenzione e ho chiesto di poter partecipare anch’io nonostante la mia assenza fino a pochi mesi prima. Detto fatto ero catapultata in questo nuovo tragicomico mondo.

Alptransit. I ticinesi sanno cos’è credo, gli italiani ne hanno probabilmente sentito parlare dal loro simpatico sciur Renzi che ha improvvisamente svelato al mondo che è tutta opera degli italiani, se gli svizzeri hanno costruito su territorio interamente svizzero e progettato da ingenieri credo anch’essi svizzeri la galleria ferroviaria più lunga al mondo che trapassa le Alpi da nord a sud (e da sud a nord, ovviamente). Eccerto. Si è dimenticato di specificare che l’ha costruita direttamente lui in persona. Avrebbe potuto farlo questo mercoledì alla festa di inaugurazione alla quale è stato invitato (forse è stato effettivamente l’invito a confonderlo), ma è sparito prima della cerimonia ufficiale con i discorsi.

Insomma Alptransit: quella galleria che ci hanno impiegato 17 anni a costruirla (più di metà della mia vita). Oggi 1. giugno c’è stata l’inaugurazione ufficiale a Pollegio ed Erstfeld. Noi siamo in ballo da un po’ con prove, non prove, canti, non canti, movimenti, non movimenti. Due volte ci hanno chiesto le misure. Ma tutte. A momenti anche del sopracciglio destro e della narice sinistra. Due volte certo: perché siamo svizzeri, non eravamo stati abbastanza precisi pare. E noi mica abbiamo ancora capito perché io, per esempio, mentre viaggiavo per la nuova Zelanda e l’India ho dovuto misurarmi testa, gambe, braccia, piedi, unghie, capelli e quant’altro. Ma siamo svizzeri, ci lamentiamo certo, ma non troppo. E poi il cibo e le nostre pause che non combaciano. La sicurezza che ieri ha chiuso tutto il sito per assicurare la zona e da domani se non siamo pronti per l’aeroporto non si possono più fare le prove. Speriamo solo che ci abbiano lasciato interi i costumi e non li abbiano sezionati nella loro ricerca di non si sa cosa. In definitiva questa organizzazione milionaria che ci fa disperare qua e là è quella che ha creato alptragik. Le parti oscure di un grande evento. Perché solo in Svizzera si è talmente pignoli che la disorganizzazione si crea dall’organizzare troppo.

Io però un po’ di orgoglio ce l’ho. Orgoglio nazionale e orgoglio artistico. Quello nazionale si smorza un po’ quando penso all’esito della votazione di febbraio mentre io ero in giro per il mondo. Una doppia galleria automobilistica proprio ora che è stato terminato questo progetto atto a spostare il traffico dalle strade (oltre che ad avvicinare nord e sud delle Alpi e della Svizzera), ecco questo proprio non lo capisco. Però speriamo che l’Alptransit serva comunque. Quello artistico è dato invece da questa esperienza fantastica, esasperante, distruttiva e completamente nuova e assurda che sto vivendo. Abbiamo praticamente dovuto rinunciare all’attività del coro, ai nostri canti, la nostra gioia, la nostra introspezione pure, per dare spazio al nostro corpo, al nostro respiro, alla nostra presenza fisica e con l’anima. Assieme a centinaia di altri artisti ci intrecciamo in una mezz’ora di performance che si è rivelata quasi nulla di conosciuto dal coro e anche qualcosa di assurdo, surreale, ogni tanto incomprensibile anche per noi che ne siamo parte. Mezz’ora di performance che ha continuato a modificarsi e chiederci flessibilità assoluta in ogni dettaglio grande o piccolo che sia.

L’Alptransit per me ormai non è più solo un grande progetto ferroviario e di ingenieria, ma un’esperienza di vita. Un’esperienza che mette alla prova le mie capacità ed esperienza inesistente in questo campo. Un’esperienza che mi prova che le Gocce formano sempre una Goccia di Voci unica, e questa è la nostra grande forza. Un’esperienza che mi ha portato a collaborare con docenti, allievi ed ex allievi della rinomata Dimitri (e con un cugino ormai artista con il quale non avevo quasi più contatti) che lavorano mille volte più di noi e non so come fanno ancora a stare in piedi.

Tra un po’ sarà finita e ne sarò felice, ma sono contenta dell’opportunità che ci è stata data e della fiducia riposta in noi. E mi mancherà sentire parlare italiano, tedesco, francese, inglese e spagnolo tutti insieme. Perché Pollegio è uno specchio della Svizzera: una piccola babele dove ci si capisce e non ci si capisce, con tante lingue e tante culture, e l’organizzazione che ne esce è quella che è. Soprattutto: non dimentichiamo la sicurezza, che siamo svizzeri. Alcuni di noi. E non dimentichiamo chi sul posto lavora diecimila volte tanto per rendere la vita più facile a tutti noi, perché dall’alto complicano tutto. Quindi grazie, perché non è facile neanche per loro.

Siamo andati in scena oggi. Ed è stata una grande emozione! C’era una gran energia positiva già prima dello spettacolo stamattina e la prima è stata una meraviglia. Tutti noi abbiamo visto, sentito, riconosciuto e acclamato l’impegno di tutte le parti coinvolte nello spettacolo. Concentrazione, presenza, energia. È finita in fretta e abbiamo festeggiato. Ma non prima che, neanche il tempo di rendermi conto che ce l’avessimo fatta, mi placassero con microfono e telecamera per una breve intervista con uno strano essere passato dietro a indicarmi con labiale “è mia cugina!”. Non ho potuto appurare la sua versione dei fatti essendo che non hanno mostrato l’intervista stasera (meglio che non so se io abbia detto qualcosa di sensato).

Ascoltando in seguito discorsi dei grandi boss svizzeri ed europei mi sono anche trovata molto onorata ed orgogliosa di questa piccola Svizzera. Devo ammettere che non mi succede troppo spesso, nonostante la gratitudine di vivere in un paese del genere. Ma i premier, presidenti e cancellieri dei cinque stati confinanti (Italia,  Austria,  Liechtenstein, Germania e Francia) riuniti tutti assieme in Ticino già è un fatto straordinario. Poi quando una Merkel definisce l’Alptransit il cuore di un’opera tecnica e ingenieristica di superlativi e un Hollande dice che la Francia (che vanta una galleria sotto la Manica) oggi si inchina alla Svizzera, be’ a questo punto ci si emoziona un po’ nel momento in cui la banda militare suona l’inno svizzero. Mai successo prima e probabilmente mai più.

Ci si dimentica di tutte le polemiche e i momenti di disperazione durante la preparazione di questo spettacolo per l’inaugurazione. E ci si porta dentro l’energia e l’emozione sperabilmente rinnovata sabato e domenica. Nella speranza, anche, che venga sfruttata al meglio per alleggerire le strade a facilitare i viaggi per il resto della Svizzera. Come speravano le persone che più di 20 anni fa hanno votato sì per la costruzione di questa infrastruttura con durata di costruzione 17 anni.


Kiwians 14

I ciliegi sono ancora in fiore. Il sole picchia come non mai nonostante siano massimo 20 gradi. Il mare e l’oceano attirano i più e accolgono i più coraggiosi. Solo le cicale non so bene che stiano facendo… Nessuna idea di quando romperanno la quiete e invece dei solitari tui e kingfisher si sentirà il chiaro e implacabile sottofondo cicaleggiante.
L’estate si avvicina e con lei il natale. Dopo il compleanno in inverno il natale in estate sarà un’altra strana avventura. Il bus è appena passato sotto delle renne peluche giganti, in città ci sono tanti piccoli alberi sbrilluccicanti nei centri commerciali. Ricordo che l’anno scorso ci ho messo parecchio prima di sentire lo spirito natalizio. Quest’anno mi sa che con l’estate proprio non me ne capaciterò. Dicembre è quasi alle porte e con lui i miei esami dopodiché mi fionderò in un letargo estivo per qualche settimana cercando di dimenticare di essermi quasi vista tranciare i piedi da un fuoco che invece che verticalmente ha deciso di artificiare orizzontalmente qualche metro avanti ai nostri piedi. E il suo fratello che lo ha seguito poco dopo. Ma per il resto il mio guy fawkes è stata una bella esperienza. Molto kiwi… Dopo scuola fuori città per un paio d’ore a Piha, una delle più famose e pericolose spiagge della Nuova Zelanda, fantastico tramonto sul mare e poi tutti sul bussino di nuovo per un rientro in città che esplode tra i fuochi d’artificio. E i Kiwi sono talmente felici di festeggiare la democrazia che dopo il 5 di novembre non smettono di sparare fuochi a quanto pare fino a Natale. Perlomeno è parzialmente confermato dai fuochi che ogni tanto durante la settimana tra le 11 e mezzanotte ancora esplodono fuori casa mentre io cerco di dormire.

L’altro giorno mi è capitato di leggere sul blog di un’amica reporter un suo post sul viaggiare da soli. Mi ha fatto pensare parecchio sulla mia esperienza qui, sulle mie paure, le mie domande prima di partire, il mio sollievo una volta partita che ce l’avevo finalmente fatta, la mia felicità per tutte le cose nuove che stavo per vivere. Non è ovvio decidere di prendere e partire per l’ignoto da soli, ma poi diventa una dipendenza. Sono stata sempre una persona piuttosto solitaria e indipendente, ho avuto le mie esperienze, ma avevo sempre qualcuno a cui appoggiarmi o qualcuno che mi aspettava dopo dieci o quindici ore di viaggio. Questa volta sono finita dall’altra parte del mondo e tutte le persone a cui solevo appoggiarmi sono disponibili solo via etere. Ho avuto la fortuna di finire in una famiglia fantastica, locale, accogliente, entusiasta, curiosa, supportiva che mi ha permesso di aprirmi all’ignoto anche al di fuori ed esplorare a mio piacimento questo nuovo mondo. Mi sono creata una cerchia di amicizie e persone significative, continuamente in partenza. Sono poche le persone che restano relativamente a lungo. E poi quattro settimane a spasso da sola, viaggiare, scoprire, conoscere… Non avere nessuno con cui spartire le decisioni, poter scegliere dove andare, quando, per quanto, come.. Sono state settimane intense che mi hanno mostrato i miei limiti e le mie possibilità ancora più di quanto tutta questa esperienza a testa in giù sta facendo. Ripensare al mio arrivo ad Auckland dieci mesi fa devo dire che mi fa strano. Ieri… Eppure è un vago ricordo datato secoli fa. E la mia memoria è pure alquanto confusa con tutte le persone che sono entrate a far parte della mia vita per poi sparire a tempo indeterminato per svariate case sparse per il mondo. Non è facile, non è facile per niente. Dire addio a qualcuno resta difficile anche se è la ventesima persona in qualche mese. E alcuni addii sono più difficili di altri. Anche a sapere che sono arrivederci. Un giorno arriverà il mio turno, tra due mesi e poco più a dire il vero. Strana sensazione. Qualche settimana fa ho letto un testo sui reporter di viaggio e di quanto utopici siano i primi testi di un nuovo viaggiatore. Credo non smetterò mai di essere in quella condizione. Dopo dieci mesi con base operativa nello stesso luogo mi sento a casa e sempre in viaggio. Sempre più mi sfiora il pensiero che potrei restare qui. Ma quell’Europa di cui sempre più mi vergogno ha pur sempre alcune ragioni che mi fanno restare sulla mia decisione presa mesi fa.

L’Europa.. Un continente che sta coltivando paura. E da questa non deriva nulla di buono, questo è certo. Situazione di emergenza o meno l’Europa dovrebbe aprirsi, accogliere e integrare. È l’unico modo per fronteggiare la situazione, l’unico modo per evitare che la situazione degeneri. Ho sempre avuto la sensazione che il mio paese sia chiuso e che il razzismo stia crescendo, a causa di problemi effettivi ma soprattutto grazie a propaganda xenofoba. Da quando sono qua ne ho la conferma: non sento più di essere giudicata per il mio mero esistere. Tutta l’attenzione è sul vecchio continente, Parigi, l’esodo, … Chi è che parla di Beirut? Chi è che parla della Siria? Chi è che parla di tutti quei paesi che nemmeno io so cosa stia succedendo? La Francia è sulla bocca di tutti, sul facebook di tutti. È bellissimo vedere la gente dimostrare il proprio supporto quando succede qualcosa di tragico. Un po’ meno bello è vedere la selettività con cui questo supporto è dato. Ma tralasciando questo discorso eurocentrico. È abbastanza rivoltante vedere gente postare video riguardanti l’esodo siriano verso l’Europa e la Germania che mostrano un invasione e violenza. Non sono così impreparata da dire che non è assolutamente vero. Ma c’è da sottolineare che tra milioni di persone in fuga necessariamente c’è una parte violenta, come dappertutto. E se l’Europa non cercasse di respingerli la disperazione di queste persone in esilio rimarrebbe più contenuta. Ricordo soltanto che lo scorso secolo l’esodo è partito da Germania e Italia. E le reazioni in America sono state le stesse, le condizioni pure. Cerchiamo di fare un po’ meglio di così. .
Detto questo, sono dieci mesi che non sono in Europa. Quindi ascoltatemi o meno. Aggiornatemi e correggetemi. La mia paura ora è di tornare in Svizzera e con tutto questo caos.. Non accorgermi assolutamente di nulla. Ho letto un commento interessante: chi non accetta i rifugiati si sta semplicemente arrendendo al terrorismo. La neutralità a mio parere qui non ha spazio.


Kiwians 13 – di bandiere e rugby

Heya!

Quando è l’ultima volta che avete scelto la vostra bandiera nazionale? Ve lo ricordate? Oserei dire che la risposta è per tutti no. In Nuova Zelanda invece è una questione attualissima. Hanno fatto un concorso per una nuova bandiera. Hanno ridotto da 10’000 a 40 effettivamente legalmente e razionalmente possibili, poi a 4 papabili. E riaggiunta una su pressione della popolazione. A novembre vanno a votare. Ma non è finita lì.. Una volta scelta la nuova bandiera andranno a votare nuovamente nei primi mesi dell’anno prossimo: per decidere se cambiarla o meno. Un processo lungo, complicato e costoso. La gente si lamenta: 26 mio di dollari per una bandiera. Si potrebbero spendere altrimenti. E dò loro pienamente ragione. Forse pure spesi inutilmente, nel caso (probabile per alcuni) in cui la seconda votazione decida per non cambiarla. Ma un motivo per tutto questo c’è. Non si tratta solo di distanziarsi dal Regno Unito, anche se è uno dei motivi, visto l’union jack nella bandiera neozelandese. Ma ammettiamolo, quanti di voi sanno come è fatta la bandiera della Nuova Zelanda? O quanti di voi lo sapevano prima di cominciare a leggere i miei diari di viaggio e forse andare a ricercarla? Scommetto che il numero è vicino allo zero. E se qualcuno alza la mano là fuori allora sono convinta che è per via di un soggiorno tra i kiwi. La bandiera nazionale è solitamente un simbolo identitario e di riconoscimento. Bene… Se i kiwi si riferiscono alla bandiera neozelandese riferendosi in realtà al silver fern, ovvero alla bandiera nera con la felce argentata che è prima di tutto simbolo degli All Blacks, orgoglio nazionale, allora c’è qualcosa che già non quadra. Proprio ieri il mio hostfather mi ha chiesto se avessi notato tutte le bandiere neozelandesi sventolare sulle macchine. Ma di bandiere nazionali nemmeno l’ombra. La gente sceglie il simbolo, non il vessillo ufficiale. In aggiunta non so chi e non mi interessa tanto saperlo è andato in giro per il mondo con la bandiera di queste due isolette e ha chiesto alla gente per strada di che nazione fosse. Nessuno ha avuto dubbi al riguardo, ovviamente è l’Australia! Non una persona ha nominato la Nuova Zelanda..

E ora i Kiwi sono già pronti per bene per supportare i propri famelici eroi All Blacks lottare per la coppa contro gli (amati) odiati fratelloni Wallabies. I pub sono tutti prenotati, gli amici si organizzano, la nazione è pronta: alle 5 di mattina di domani Auckland sarà più viva che mai. E prevedo un caos totale, sia che vincano, sia che perdano. Perché è l’Australia. È assolutamente da battere! Rugby forever. A questo proposito… il mio maestro ci ha fatto notare che per i Kiwi che crescono con la cultura machista del rugby, il calcio è qualcosa di completamente errato: è come vedere degli uomini piagnucolare tutto il tempo per essere caduti sull’erba. Ma la felce argentata è in lizza per la seconda coppa mondiale in fila. Teniamogli i pugni!

E nel frattempo dopo questo freddo inverno io mi godo la primavera, sperando che si stabilizzi e aspettando l’estate con le sue cicale. Primo bagno nell’oceano della stagione, fatto. Visita al luogo definito principio della nazione, fatta. Viaggio di quattro giorni nel northland con un sacco di svizzeri, fatto. Studiare tanto e avere lavoro in arretrato, fatto. Ora mi organizzo un po’, che è meglio. Alla prossima, non si sa quando, non si sa come, non si sa perché.

See ya :)


Kiwians 6

Credo sia ora che io ripari a una grande mia mancanza nel mostrarvi questo meraviglioso paese. Finora vi ho parlato di simboli nazionali quali il kiwi (piccolo, ma non troppo, pennuto non volante e in via d’estinzione esistente solo su queste isole) o la felce argentata (albero tipico neozelandese di almeno una decina di metri, assieme alla felce neozelandese che arriva a venti metri, e assieme al kiwi uno dei loghi più adottati e onnipresenti nel paese). Ho tralasciato una passione assai importante per i neozelandesi: gli sport nazionali! Con uno si sono fatti conoscere abbastanza mondialmente tramite gli All Blacks, squadra di rugby tra le prime al mondo e famosa per l’haka prepartita (danza guerriera maori). L’altro sport, considerato da diversi altamente noioso, ma seguito da moltissimi altri è il cricket. Ora io devo ammettere la mia totale ignoranza riguardo questo sport. Quando sono arrivata qui ero ancora convinta che il cricket fosse completamente un’altra cosa: avete in mente quella roba stile minigolf con una mazza, una pallina e degli archi di metallo conficcati nel terreno sotto cui far passare la pallina? Scusate non so spiegarlo meglio (anche perché non ho idea dello scopo finale del gioco). Bene.. Sono arrivata qui e comincio a sentire parlare dappertutto di cricket.. e mi ritrovo uno sport stile baseball. Banalizzando altamente, perdonatemi! Da forse un mese a questa parte si stanno svolgendo i campionati mondiali di cricket, qui in Nuova Zelanda (e Australia). E arrivati alle semifinali sto cominciando a capire qualche dettaglio di come funziona. Ma non sto qui a spiegarvelo perché se no qualcuno che ne capisce potrebbe linciarmi. Ah! Kiwi, indiani, australiani, … molto rivali tra loro quando si tratta di cricket.. guardano la partita tutti assieme tifando per la propria squadra e magari bevendo assieme o trovandosi per un bel barbeque in compagnia. Questa la chiamo rivalità sportiva: divertirsi assieme! Mica come da noi..