Piovono kiwi a pecorelle

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Otto stranieri intorno a un tavolo

Si è formata una tradizione nel gruppo in cui sono da poco entrata a far parte. Un pranzo o una cena ogni volta cucinato o proposto dalla combriccola di una diversa nazione. Si è passati dall’Italia (ho rinnegato le mie origini e mi sono messa a cucinare lasagne), al Brasile, alla Tailandia, alla Corea dell’altra sera. Improvvisamente qualcuno guarda intorno al tavolo ed esclama: ragazzi è la prima volta! Siamo tutti di nazionalità diversa!

Otto persone, otto nazionalità, tre continenti… Svizzera, Brasile, Tailandia, Giappone, Taiwan, Colombia, Cile, Francia e Corea. Intorno a un tavolo a mangiare e a ridere tentando di imparare dieci altre lingue, o forse solo sette. Perché come d’abitudine ormai a un certo punto si comincia a prendere in giro qualcuno, a chiedere come si dice questo e quello, perché mai non si riesce a pronunciare quel suono che è così facile, no questo è diverso, ma è uguale, parole che in diverse lingue significano completamente altre cose che non sempre sono così simpatiche.

Condividendo un capitolo delle nostre vite che presto si separeranno di nuovo, dettagli che rendono la vita un’esperienza migliore, dettagli che rendono triste salutare chi riparte per un altro capitolo, dettagli che ci fanno avere fiducia nelle parole “ci rivedremo, qui o là”. Otto stranieri in un continente straniero intorno a un tavolo, a vivere appieno la bellezza delle nostre culture. Per un momento fuori dal mondo.

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Kiwi notes go overseas – Brasile (part3)

Questa volta ho preso un aereo in compagnia. E siamo finite a Bonito, città che promette bene, non solo per il nome che significa bello, ma per quanto offre. Viaggio lungo: due voli e poi da Campo Grande ancora quattro ore di bussino. E l’orologio che è appena tornato indietro di un’ora una settimana fa ora si è spostato di un’altra ora per il fuso. Ma il cielo è finto quanto in Nuova Zelanda, dipinto là in fondo, fantastico (che io sia finita nel mondo di Truman?). Gli spazi sono immensi anche qui, come era a Piri. Tra una città e l’altra c’è il nulla per chilometri: campi, pascoli, terra rossa e foreste. Ogni tanto si intravede una fattoria. Per il resto mucche, o cavalli. E il primo nuovo avvistamento: cioccolata! Un camioncino pieno di cioccolata sul bordo della strada. E struzzi allegramente a spasso per i campi. Mentre tucani volano in giro e famiglie di oche attraversano la strada bloccando il pulmino (ma dove le hanno inventate queste poi? Si divertono così in tutto il mondo..).
Bonito è una piccola cittadina molto rettangolare  (nel senso di planimetria della strade), ma davvero carina e soprattutto offre tante attività. Se Piri è conosciuta per le sue mille cascate,  Bonito è famosa per i fantastici ecotour. Primo giorno pedalata fino al parco ecologico Rio Formoso, la mia prima cavalcata in assoluto (in giro per una palude: il fiume esce dappertutto nel terreno lì intorno e se tutti quanti avevano i piedi slozzi io essendo bassa ho tenuto i miei piedi all’asciutto), il mio primo arara vermelho (ara rosso) ever, e tornata a casa graffiata (il mio cavallo era un ribelle e gli piaceva prendere strade alternative a tutti gli altri, solitamente affiancando gli alberi), con un quasi morso sulla gamba del cavallo della mia compagna di viaggio perché non gli piace il mio cavallo, e una bellissima slozzata di sei chilometri pedalando fino a Bonito. Rotte e distrutte, ma è stata una giornata divertente. Altri soldi spesi nella gruta lago azul (la grotta lago blu, uou…), snorkeling nel Rio da Prata (un ginocchio sfasciato perché se non mi faccio male non son felice, ma un sacco di pesci amici piccoli e grandi e grossi e minuscoli, ma che bellezza O.o), buraco das araras (il burrone/buco degli ara, ma c’erano anche pappagalli verdi e un tucano) e infine cascate, ancora (perché ne siamo innamorate ormai), ara blu con cui condividere cibo, altri tuffi, altri pesci, e un tapiro da accarezzare (solo le scimmie ci siamo perse). E ci sarebbero tante altre cose che si possono fare tutto intorno a Bonito. Ma quattro giorni pieni sono mica male, anzi! Se non fosse che di non turistico non offrono nulla  (cinema teatro pub…) sarebbe un posto mica male per starci in generale. Tranquillo, nella natura, buon cibo, …
È interessante comunque vedere come i punti di vista siano ogni tanto completamente differenti: il servizio innanzitutto e la cognizione di temperatura. Rispetto a quanto conosco da casa trovo che i brasiliani hanno l’accoglienza innata. Anche quando non hanno conoscenza linguistica per comunicare con te, le guide sono fantastiche: attente, allegre, competenti, alla buona. Gli autisti e i camerieri mi hanno finora dato la stessa impressione spesso. Eppure quando ne ho parlato con la mia amica lei ha storto un po’ il naso. Abituata al carattere brasiliano lei vede molto di più la differenza, tra buon servizio o meno, di quanto la veda io. Per quanto riguarda la temperatura ho notato che io soffro spesso molto meno il caldo della gente del posto che dovrebbe esserci abituata, mentre non posso soffrire il ghiaccio nelle bibite mentre loro non sanno vivere senza. E soprattutto le docce. Spesso hanno tre o quattro temperature impostate tra cui puoi scegliere: se me la impostano su freddo per loro, spesso io mi brucio la pelle e non riesco a starci sotto; gelata è tiepido/caldo per me. Eppure in inverno la doccia calda la faccio… È forse lo shock culturale maggiore, assieme alla carta igienica nel cestino (per noi non propriamente igienico, per via che le acque di scarico spesso non vengono trattate ma finiscono direttamente nel fiume lago mare). Un’amica brasiliana prima di partire era preoccupata io potessi avere un grande shock culturale. Sinceramente quando mi chiedono cos’è la cosa più diversa, che mi ha colpito di più o che mi ha scioccata culturalmente io non so mai cosa rispondere. Sarà che sono passata prima per Bali e India che di occidentale non hanno assolutamente nulla, sarà che ho passato quasi un anno con brasiliani che nonostante siano all’estero ho potuto conoscere la loro cultura, le loro caratteristiche e mi hanno raccontato “tutte” le cose belle e brutte del loro paese. In ogni caso mi sento a mio agio, le persone sono accoglienti, il cibo è buono e troppo (un piatto per una persona l’abbiamo quasi sempre diviso in due ed era ancora troppo..), e la mia unica preoccupazione al momento è di riuscire a farmi capire nella mia prossima tappa dove non avrò nessuno a tradurmi tutto (e specialmente a parlare per me). Quando parlare tre lingue non serve a granché… Beijos gente


Kiwi notes go overseas – Brasile (part2)

Non lo avrei mai creduto possibile. Ma qui ci sono più chiese che in Italia! Comunque qui si stanno provando tanti di quei cibi buoni e non buoni tra frutta piante, verdure varie che tutti gli animali diversi sono una bellezza. Sì lo so, non c’entrano nulla gli uni con gli altri, ma permettetemi un po’ di stanchezza. Sono due buone settimane che il mio cervello cerca di capire e registrare qualche parola di portoghese, e anche se sto imparando è dura. E i miei cricetini fanno fatica a mantenere la concentrazione. O forse sono gecko. Ah già! Gecko, lucertolone, lucertole grandi come gatti, capivara , colibrì e altri tanti uccelli sconosciuti, mucche alla europea e all’asiatica, cani che mi saltano addosso tutti contenti, cani pazzi, tanti cani, tanti tanti, gatti e gattini tanto cucciolosi (ma quanto sono coccoloni i siamesi? Stavo per rapirne uno che con cui ho passato una festa di compleanno, almeno con lei non c’era imbarazzo nel silenzio tra noi), formiconi, farfalle, …. non so quale avvistamento e conoscenza abbia dimenticato.
Ma torniamo a qualcosa di concreto. Lasciato il profondo sud e sconfinato da Rio Grande do Sul a Santa Catarina ho passato quattro giorni a Floripa (Florianopolis), capitale dello stato e città su una grande isola. Di conseguenza dove altro avrebbero potuto portarmi se non a vedere e provare diverse spiagge? Esatto, da nessuna parte. Una sera però siamo andati al cinema (in inglese, qui si guarda in lingua originale con i sottotitoli). Ovviamente altro cibo, come per esempio ancora açai (dolce fatto con appunto questa bacca di palma chiamata açai e tante altre cose) che pare essere il migliore lì (tanto buono lo era davvero!).
Poi altro arrivederci, altra amica ad aspettarmi a Brasilia. La capitale del Brasile, pianificata e costruita dal nulla a forma di aeroplano e inaugurata al centro del paese negli anni ’60 del secolo scorso  è apparentemente la migliore città della nazione in cui vivere, ma essendo pianificata ha un che di anonimo (interessante architettura moderna per cattedrale, museo, teatro e altri edifici). Non ho visto granché però: la mia ospite mi ha portata a Piri (Pirenópolis) per due giorni, tra vecchia cittadina (la più vecchia del Brasile pare), strade rotte (finalmente le famose strade dissestate piene di buchi di cui mi avevano parlato come se fossero tutte così impercorribili), casette e negozietti adorabili, tante cascate intorno dove fare il bagno, rinfrescarsi e farsi mangiare dai pesciolini (la cachoeira Nossa senhora do Rosario è la migliore che abbiamo visitato)! Stupendo! E stupendi i vestiti che ho comprato e non ho idea di come ce li farò stare nello zaino. Inoltre ci ha accompagnato in macchina molta musica brasiliana (di quella buona), e fuori dalla macchina un gran verde intenso (che apparentemente in inverno sparisce per via del tempo arido della zona).
Comunque non poteva dopodiché mancare l’ennesimo pranzo in famiglia, perciò via verso Goiania a mangiare feijoada (e mille altre cose) da sua madre. Ero più piena che da mia nonna (mi sono pure addormentata dopo pranzo, ovvero verso le tre e mezza, e svegliata con il torcicollo perché ovviamente ero sdraiata sulla pancia), e il commento era “non ha mangiato niente”. Ovvio… sto mangiando tantissimo, e un sacco di formaggio anche, non solo troppa carne.
Il tempo: caldo! Molto caldo! Ma non umido per fortuna. Così soffro meno che in Nuova Zelanda anche se qui sono dieci gradi in più. Quando piove qua diluvia direttamente, comodo perché così un paio di orette di acquazzone e poi si può girare di nuovo. Perlomeno è quanto ho vissuto in queste settimane, sia al sud che al centro. Anche se quando si sta tornando a casa e l’autostrada è allagata non è proprio il massimo della bellezza.
E poi quante cose potrei ancora dire.. ho provato altri cibi, cartola (scritto probabilmente diversamente… banana con formaggio, cioccolato, cannella e zucchero), goiaba (guava in inglese), romeo e giulietta (gelatina di goiaba mangiata con formaggio), graviola (succo e cioccolato), farofa (farina di non ricordo cosa cucinata con mille cose diverse), altra verdura, frutta e gelati di frutta e dolci con mais bianco che non ricordo il nome (figuriamoci scriverlo). Troppo cibo tutto il tempo: appena non sono più piena si mangia di nuovo, perché bisogna provare cibi sconosciuti e non si rifiuta il cibo qui, è sgarbato visto che è il loro modo di accogliere la gente. Credo che rimetterò su i chili che avevo preso e poi riperso in NZ. Sperando di non rotolare a casa poi.
Dopo Floripa cinema anche a Brasilia: due volte in un anno in NZ e due volte in neanche due settimane in Brasile (il prezzo cambia un po’ però, bisogna dirlo). Ho dato anche per quest’anno in fatto di cinema.
Tchau, beijos


Kiwi notes go overseas – Brasile (part1)

Dall’India al Brasile. Non è solo la lontananza, sono due mondi a sè. Ma prima di arrivare in Sud America ho avuto uno strano momento a Zurigo! Tre ore in quel dell’aeroporto con sentimenti confusi tra voglio restare qui e voglio continuare il mio viaggio immediatamente. E poi un’ora e mezza di agonia in aereo, fermi all’aeroporto, ad aspettare che riparassero l’aria condizionata. E io che rispondevo sempre in inglese quando mi parlavano. Confusa.
Dopo un interminabile secondo volo finalmente Guarulhos, São Paulo, e la mia migliore amica dalla Nuova Zelanda ad aspettarmi. Assurdamente qui dove comprenderei la gente parlare tra loro portoghese in mia presenza, essendo che sono a casa e che la maggior parte di loro non sa l’inglese, tutti cercano di parlarmi e di farsi capire. E finalmente comincio a capire, nonostante avrei sempre qualcuno che potrebbe tradurmi.
Quattro giorni in un panorama che mi ricorda tanto paesi in Italia o Spagna, ad avere conversazioni loro in portoghese io in inglese, a sentirmi chiedere se io sia nomade, a rivedere gente conosciuta quasi un anno fa, a essere parte di una famiglia, a mangiare (açai,  pasteis, coixinhas, mangioca, grigliate, …), a uscire la sera e avere gente che cerca di insegnarmi i passi base della samba. E poi a rivederci al mese prossimo per un altro paio di giorni.
In aeroporto di nuovo (sono la mia seconda casa ultimamente…) e via verso sud. Con il tipo che va in giro per i gate a urlare gli aerei in partenza (in un aeroporto nuovo e moderno… avranno finito i soldi per gli altoparlanti) e caramelle al gusto di torta di limone (davvero!).
A Porto Alegre altra amica e altra famiglia ad aspettarmi. Un giorno tranquillo con churrasco gaucho (barbeque brasiliano del sud) e poi di nuovo in strada tra panorami che mi ricordano assurdamente la Nuova Zelanda: i colori, la vegetazione, … meraviglioso! Gramado e Canela (le capitali europee del Brasile con le colonie italiane e tedesche) con cascate (nel parco di Caracol), cafe colonial (prezzo fisso e cibo a volontà), krepe brasiliana (una bontà), e tanto troppo cioccolato (non avrei mai pensato di poter dire che ogni tanto c’è troppo cioccolato… ma comunque quella crêpe al cioccolato prawer e fragole era troppo grande ma meravigliosa). Stavo pure per fare un salto a casa, ma i negozi di cioccolata Lugano avevano appena chiuso! Qual tristezza.
Secondo giorno canyons al confine tra lo stato di Rio Grande do Sul e la vicina Santa Caterina. Vista splendida e miriadi di maligni tafani verdi che cercavano di mangiarmi attraverso i leggins. Non tutti sono sopravvissuti a quel tentativo.
La differenza maggiore in ogni caso è io qui non sembro una turista al contrario che negli ultimi due posti. E la cosa ogni tanto è divertente quando cominciano a mitragliarmi qualcosa addosso per strada e non ho più idea di che lingua stiano parlando.
Ma ora un giorno al mare e poi si torna alla civiltà. Dopo l’India il Brasile sembra un paese tanto ricco. Eppure, oltre al fatto che è in crisi economica ora, una delle cose che associamo al Brasile sono le favelas. Non ho visto gran povertà, ma qui ho visto la differenza tra poveri e ricchi. Le villette che sembrano vuote da un lato della strada e le casupole ammassate con la gente che vive per le strade dall’altra.
Passare da un’amica all’altra, da una famiglia e cerchia di amici all’altra, è un modo nuovo per me di viaggiare e scoprire un paese. Ma vedere con i loro occhi il loro paese è interessante. E un aiuto con la lingua è anche ben accetto al momento (a parte il fatto che conoscendo tutte le famiglie che non spiccicano una parola di inglese sto imparando qualcosina qua e là). Altro dettaglio è che oltre a vivere la vita di tutti i giorni più o meno, in un paese come il Brasile mi sento (purtroppo) più al sicuro con loro. Non so quanto potrei andare a zonzo a modo mio qui. Senza sapere la lingua poi. Vedremo tra due o tre settimane. Ma ora ancora un po’ di Porto Alegre, di chimarrão (mate del sud), xis (Hamburger del sud), churrasco gaucho (grigliata del sud).

E nel frattempo mi godo la celebrità per cui nessuno chiede una selfie per collezioni strane come in India, ma tanti sono curiosi di conoscere questa misteriosa svizzera che la figlia, il figlio, l’amica, non so chi ha conosciuto in Nuova Zelanda. Allora alla prossima, Beijos gente