Piovono kiwi a pecorelle

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Appunti di un’anima un tempo razionale

Sono qui, dall’altra parte del mondo, da ben 9 giorni ormai. Il tempo passa velocissimo, sembra troppo, non riesco a concepire che è già passata più di una settimana da quando sono arrivata, che sono passati 11 giorni da quando ho lasciato il territorio elvetico. Sono tornata, con solo una persona ad accogliermi, quella importante però. Tante altre sono presenti sul territorio ma chissà quando (e in parte se) le vedrò. Sono tornata, ma arrivata in una cittadina a me praticamente sconosciuta, eppure mi sono sentita subito a casa, nel posto giusto. E le strade, i colori, le persone… è come se quei nove mesi in mezzo non ci fossero mai stati, come se questo luogo avesse continuato a essere parte di me e io parte di esso. Attraverso la cittadina la prima volta e incontro tre ristoranti tailandesi, il primo è quello autentico, il secondo è quello originale, e il terzo è la sua casa. Qui vento e pioggia sono più o meno all’ordine del giorno, significa che ho già inquadrato i momenti in cui non piove e il vento non mi spinge a destra e sinistra come bel tempo. Se continuo di questo passo mi terrò bene in forma, anzi con questi passi visto che scarpino almeno ogni due giorni fino in città e/o ritorno. Sui 10-15 chilometri al giorno. Ma qui si ha tempo. E nonostante ciò batto il tempo predetto da google maps e ci ho messo solo 1h25 a tornare i miei 6,7km verso casa. Ma è in discesa, tendenzialmente. Presto spero di avere una bici, almeno riduco il tempo di percorso casa-scuola e mi aggrego al gran numero di pedalatori. Mentre io cammino comunque la gente se ne sta tranquilla in coda per entrare in un negozio di apparecchi elettronici (apparentemente c’era una qualche grande azione oggi) e la linea si snoda lungo il marciapiede, arriva all’incrocio, gira l’angolo e continua lungo altri cinque edifici. Tranquilli, sereni, composti, ordinati. Solo in Germania ho visto succedere una cosa simile.

C’è chi mi ha esplicitamente chiesto (o persino richiesto) se una volta ripartita avrei ripreso con i miei diari. In realtà ero convinta avessi solo due o tre lettori… ma pare che gli stalker si diano da fare qui. :) Non so quanto scriverò ancora prossimamente, essendo che ho cominciato un corso all’università. E nonostante sia solo di tre mesetti, già mi sento che per la prima volta avrò una vera esperienza di vita da campus. Vicino al centro città. Numero di edifici ancora indefinito collegati tra loro e per cui ci sono bisogno mappe per arrivare a destinazione. 3000 qualcosa studenti internazionali ogni anno. Ho in classe cinesi, giapponesi, srilankesi, ruandesi, tedeschi, papuanuovaguinesi, solomonislandesi. Interesting! Altro che un dipartimento in un edificio in zona industriale di Lugano :P

Prima della mia partenza tanti hanno avuto come primo pensiero che io stessi scappando dalla Svizzera, dall’Europa. No. Non sto fuggendo da una situazione sociale e di lavoro difficile e complicata. Non sto scappando da casa mia, anzi, mi sento in colpa perché vorrei fare la mia piccola parte per migliorarla. A dirla tutta ho rincorso quella parte del mio cuore che la voleva saper lunga. Mi sono sorbita altre trenta ore di volo, sono lontana da casa, dalla mia famiglia, dai miei amici, dalla mia vita precedente e che già mi manca, il mio futuro è pieno di dubbi e domande. Ma essere qui con lui è la cosa più naturale del mondo, ed essendo questo un paese che ho imparato ad amare in passato, è semplicemente il posto giusto dove essere ora. Probabilmente tra qualche settimana comincerò ad avere le mie crisi esistenziali, poi vi scrivo eh, non preoccupatevi. Ma nel frattempo, ebbene sì lo avete capito e lo ammetto, sono di nuovo a testa in giù in Nuova Zelanda, per Amore. Ora ditemi: sono finita inconsapevolmente in un film romantico o in un romanzo d’amore? Perché, sinceramente, ancora mi sembra assurdo.

Cheers, see you later guys!


Kiwi notes go overseas – Brasile (part5)

La mia scoperta del Brasile sta giungendo al termine e la lista “prossima volta” si sta allungando, tanto che un’amica ha deciso che me la scriverà giù e me la invia da controllare. Non che abbia visto poco, anzi, ma questo paese è grande quasi quanto l’Europa, perciò di cose da vedere ce ne sono ancora, e parecchie. Pure nel vecchio continente però. E gli amici sono tanti, perciò per alcuni non ho avuto tanto tempo e altri proprio non siamo riusciti a incontrarci.
In ogni caso ultima tappa São Paulo city. La capitale dello stato ha una popolazione che alcuni dicono sia di 18, io avevo trovato di 11. Di milioni si parla in ogni caso. E grande lo è! Alquanto caotica pure. Tanti mercati, tanti quartieri interessanti, tante strade semplicemente caotiche, tanti musei, tanto cibo, tante cose da vedere, ma poco tempo. Ho provato il caldo de cana con limone (è succo della canna di zucchero, perciò senza limone non voglio veramente sapere com’è) e mi ha sorpresa per quanto sia buono. E baião, un piatto nordestino (se non alla fiera nordestina almeno qui). E ho scoperto che non voglio provare galinhada (zampe di gallina…). Mentre parlando d’altro mi hanno detto che se dico solamente obrigada nessuno si accorge che non sono brasiliana. Mah, la vedo dura ad andare avanti di soli grazie.
Un po’ a casa alla fine mi sentivo, essendo attorniata da lemonada suiça (limonata svizzera), krepe suiça (crêpe svizzera) e filé suiço (filet svizzero). Di svizzero questi cibi hanno ben poco, ma le crêpe sono buone, potremmo importarle! E per il resto be’.. finalmente sono pronta per tornare a casa. Anche se questi posti e questa gente mi mancheranno. Ma dopo due mesi a spasso, mai ferma nello stesso posto per più di tre o quattro giorni, sono stanca e tanto. E finalmente non vedo l’ora di essere a casa e di reimmergermi nella mia vita, anche se sono anche spaventata di non ritrovarmi più. Ormai il mio cuore è spezzato, rotto in tanti pezzi quanto i luoghi in cui ho lasciato gente importante, ricordi, esperienze ed emozioni. È come un puzzle che non puoi più ricomporre per intero, ma che è sempre più bello e intrigante, per quanto non puoi vedere tutto l’insieme nello stesso momento. Quindi.. via verso una nuova avventura. Perché come mi ha detto una delle persone più significative della mia Nuova Zelanda, sto andando a riscoprire casa, non ci sto tornando. “You’re not going back home, you’re going forward home!”


Kiwi notes go overseas – Brasile (part4)

L’aeroporto Guarulhos di São Paulo non ha gli altoparlanti (ancora no, ci sono passata nuovamente e continuavano a urlare dai gate), il piccolo terminal 2 di Brasilia invece ci fa salire su un bus per percorrere 50 metri onde evitare che noi poveri passeggeri ci bagnamo.  E un gentile signore con un ombrello tra il bus e le scale per l’aereo. Questo lo chiamo servizio! Ora comunque sono affidata a me stessa e al mio fantasmagorico portoghese alla volta di un piccolo borgo nello stato di Minas Gerais, chiamato Ibitipoca. Un amico della regione me l’ha consigliato, per il parco dove si possono fare un sacco di camminate. E anche se c’è un posto nello stato chiamato coromandel, non c’è sbocco sul mare nemmeno qua.
Avete mai fatto caso al colore del cielo quando andate in vacanza? Il colore delle nuvole, il colore del tramonto variano considerevolmente. Svizzera, Nuova Zelanda, Brasile.. da noi il tramonto è rosa, qui lo vedo di un rosso fuoco o arancio intenso. Da cartolina.
Ma torniamo a Ibitipoca! Già arrivarci è un avventura, non mi meraviglia più che i miei amici non conoscano questo posto. Scalo a Campinas da dove sono ripartita con l’aereo di linea più piccolo su cui sono mai salita (le turbine hanno l’elica all’esterno come i due posti biplani). Tanto che hanno spostato alcuni passeggeri per bilanciare il peso. Arrivati nell’aeroporto più piccolo che abbia mai visto il mio autista organizzato mi aspettava, ed è cominciata l’avventura portoghese. Il mio cervello in pappa che voleva solo dormire, durante le tre ore di viaggio quasi di cui l’ultima è stata nei trenta chilometri di terra sterrata (rossa ovviamente) su e giù destra e sinistra, tra mucche e conigli (il coniglio non l’ho visto, le mucche che non si spostavano decisamente sì). L’impressione di essere finita in un luogo disperso nel nulla ma che alla luce del sole apparirà stupendo.
E a proposito di questo, essendo che sto viaggiando mi sono adeguata come al solito alla luce, come le galline. Sveglia all’alba, a dormire al tramonto. Il problema è che la luce è dalle sei alle sei…non funziona molto. Mi sveglio troppo presto e quando vorrei dormire è troppo presto ancora. Se poi il gallo comincia a cantare alle 4 di mattina invece che quando si alza il sole…
Ma questo viaggio complicato decisamente vale la pena! Ibitipoca (Conceição do Ibitipoca e Parque estadual do Ibitipoca) sono forse il posto più bello che ho visto qua. Nelle montagne il paese è semplicemente minuscolo e adorabile. Tutto attorno, dentro e fuori dal parco, è inimmaginabilmente meraviglioso. Bosco, acqua, rocce, … I fiumi sono rossicci per via del vegetali e organismi che si decompongono lì. Ma molto limpida allo stesso tempo, e pare che faccia bene ai capelli. I sentieri sono di pietra, di roccia rossa, di sabbia bianca, … le cascate dove fare il bagno semplicemente bellissime (oramai sono un’esperta nel fare il bagno sotto le cascate), alberi, fiori, cactus con frutti buonissimi. Il tempo mooolto caldo e più umido di tutti i posti che sono stata prima. Di modo che sono riuscita a bruciarmi due giorni di fila nonostante tanta crema, e le zanzare e moscerini mi amavano anche con quintali di repellente (specialmente il secondo giorno).
In compenso la mia prima meta solitaria è diventata un’avventura in compagnia di due coppie di Rio, che non parlano inglese ovviamente perciò via di portoghese! Il primo giorno è stata molto dura, non riuscivo a rispondere tanto più che sì no bene che bello … Poi però è andata. E destino volle che tornavano a Rio lo stesso giorno che ci andavo io. Perciò via di passaggio ed evitiamo tre bus.
Rio de Janeiro. Rende proprio onore al suo nome devo dire: quando piove le strade diventano un rio e si può nuotare giusto fuori casa. Ma a parte questo ho avuto fortuna nella sfortuna meteorologica. Il primo giorno l’ho passato ancora con una delle ragazze conosciute a Ibitipoca e nonostante la pioggia quando siamo arrivate su al Cristo e la quasi non vista abbiamo passato una bella giornata poi al giardino botanico (con scimmie e tucani!), tramonto alla Lagoa e guarda un po’… ennesimo açai. Secondo giorno: in centro (con le mille precauzioni prese su consiglio della mia guida personale il giorno precedente quindi principalmente assolutamente no telefono e no avenida del presidente vargas che è quella dove avvengono la maggior parte dei furti), giro per i negozietti, tappa alla pasticceria più vecchia della città (confeitaria Colombo, ma che buona?!). Poi tram per Santa Teresa e attesa al coperto proprio durante il temporale tempesta che ha imperversato su Rio per una quarantina di minuti, conosciuto un italiano (ovvio, no?) che mi ha detto dopo aver scoperto che parlo italiano che non ho per nulla un accento italiano in portoghese (nemmeno lui, ma vive qua da 7 anni). Non ci poteva mancare il filosofo gentiluomo romantico a cui ho chiesto informazioni e con un baciamano mi ha detto “il Brasile non è terrorista, è amore!”. Ho ricevuto anche le mie informazioni comunque. La mia avventura nella pericolosa e pacifica Rio è finita con una colazione in compagnia di un’amica e un giro alla fiera di são cristovão dove non ho provato il cibo nordestino per cui è famosa perché ero troppo piena dalla buonissima e tarda colazione al parco lage, ma ho fatto diecimila giri a zig zag per poi tornare al mio letto distrutta..


Kiwi notes go overseas – Brasile (part3)

Questa volta ho preso un aereo in compagnia. E siamo finite a Bonito, città che promette bene, non solo per il nome che significa bello, ma per quanto offre. Viaggio lungo: due voli e poi da Campo Grande ancora quattro ore di bussino. E l’orologio che è appena tornato indietro di un’ora una settimana fa ora si è spostato di un’altra ora per il fuso. Ma il cielo è finto quanto in Nuova Zelanda, dipinto là in fondo, fantastico (che io sia finita nel mondo di Truman?). Gli spazi sono immensi anche qui, come era a Piri. Tra una città e l’altra c’è il nulla per chilometri: campi, pascoli, terra rossa e foreste. Ogni tanto si intravede una fattoria. Per il resto mucche, o cavalli. E il primo nuovo avvistamento: cioccolata! Un camioncino pieno di cioccolata sul bordo della strada. E struzzi allegramente a spasso per i campi. Mentre tucani volano in giro e famiglie di oche attraversano la strada bloccando il pulmino (ma dove le hanno inventate queste poi? Si divertono così in tutto il mondo..).
Bonito è una piccola cittadina molto rettangolare  (nel senso di planimetria della strade), ma davvero carina e soprattutto offre tante attività. Se Piri è conosciuta per le sue mille cascate,  Bonito è famosa per i fantastici ecotour. Primo giorno pedalata fino al parco ecologico Rio Formoso, la mia prima cavalcata in assoluto (in giro per una palude: il fiume esce dappertutto nel terreno lì intorno e se tutti quanti avevano i piedi slozzi io essendo bassa ho tenuto i miei piedi all’asciutto), il mio primo arara vermelho (ara rosso) ever, e tornata a casa graffiata (il mio cavallo era un ribelle e gli piaceva prendere strade alternative a tutti gli altri, solitamente affiancando gli alberi), con un quasi morso sulla gamba del cavallo della mia compagna di viaggio perché non gli piace il mio cavallo, e una bellissima slozzata di sei chilometri pedalando fino a Bonito. Rotte e distrutte, ma è stata una giornata divertente. Altri soldi spesi nella gruta lago azul (la grotta lago blu, uou…), snorkeling nel Rio da Prata (un ginocchio sfasciato perché se non mi faccio male non son felice, ma un sacco di pesci amici piccoli e grandi e grossi e minuscoli, ma che bellezza O.o), buraco das araras (il burrone/buco degli ara, ma c’erano anche pappagalli verdi e un tucano) e infine cascate, ancora (perché ne siamo innamorate ormai), ara blu con cui condividere cibo, altri tuffi, altri pesci, e un tapiro da accarezzare (solo le scimmie ci siamo perse). E ci sarebbero tante altre cose che si possono fare tutto intorno a Bonito. Ma quattro giorni pieni sono mica male, anzi! Se non fosse che di non turistico non offrono nulla  (cinema teatro pub…) sarebbe un posto mica male per starci in generale. Tranquillo, nella natura, buon cibo, …
È interessante comunque vedere come i punti di vista siano ogni tanto completamente differenti: il servizio innanzitutto e la cognizione di temperatura. Rispetto a quanto conosco da casa trovo che i brasiliani hanno l’accoglienza innata. Anche quando non hanno conoscenza linguistica per comunicare con te, le guide sono fantastiche: attente, allegre, competenti, alla buona. Gli autisti e i camerieri mi hanno finora dato la stessa impressione spesso. Eppure quando ne ho parlato con la mia amica lei ha storto un po’ il naso. Abituata al carattere brasiliano lei vede molto di più la differenza, tra buon servizio o meno, di quanto la veda io. Per quanto riguarda la temperatura ho notato che io soffro spesso molto meno il caldo della gente del posto che dovrebbe esserci abituata, mentre non posso soffrire il ghiaccio nelle bibite mentre loro non sanno vivere senza. E soprattutto le docce. Spesso hanno tre o quattro temperature impostate tra cui puoi scegliere: se me la impostano su freddo per loro, spesso io mi brucio la pelle e non riesco a starci sotto; gelata è tiepido/caldo per me. Eppure in inverno la doccia calda la faccio… È forse lo shock culturale maggiore, assieme alla carta igienica nel cestino (per noi non propriamente igienico, per via che le acque di scarico spesso non vengono trattate ma finiscono direttamente nel fiume lago mare). Un’amica brasiliana prima di partire era preoccupata io potessi avere un grande shock culturale. Sinceramente quando mi chiedono cos’è la cosa più diversa, che mi ha colpito di più o che mi ha scioccata culturalmente io non so mai cosa rispondere. Sarà che sono passata prima per Bali e India che di occidentale non hanno assolutamente nulla, sarà che ho passato quasi un anno con brasiliani che nonostante siano all’estero ho potuto conoscere la loro cultura, le loro caratteristiche e mi hanno raccontato “tutte” le cose belle e brutte del loro paese. In ogni caso mi sento a mio agio, le persone sono accoglienti, il cibo è buono e troppo (un piatto per una persona l’abbiamo quasi sempre diviso in due ed era ancora troppo..), e la mia unica preoccupazione al momento è di riuscire a farmi capire nella mia prossima tappa dove non avrò nessuno a tradurmi tutto (e specialmente a parlare per me). Quando parlare tre lingue non serve a granché… Beijos gente


Kiwi notes go overseas – Brasile (part2)

Non lo avrei mai creduto possibile. Ma qui ci sono più chiese che in Italia! Comunque qui si stanno provando tanti di quei cibi buoni e non buoni tra frutta piante, verdure varie che tutti gli animali diversi sono una bellezza. Sì lo so, non c’entrano nulla gli uni con gli altri, ma permettetemi un po’ di stanchezza. Sono due buone settimane che il mio cervello cerca di capire e registrare qualche parola di portoghese, e anche se sto imparando è dura. E i miei cricetini fanno fatica a mantenere la concentrazione. O forse sono gecko. Ah già! Gecko, lucertolone, lucertole grandi come gatti, capivara , colibrì e altri tanti uccelli sconosciuti, mucche alla europea e all’asiatica, cani che mi saltano addosso tutti contenti, cani pazzi, tanti cani, tanti tanti, gatti e gattini tanto cucciolosi (ma quanto sono coccoloni i siamesi? Stavo per rapirne uno che con cui ho passato una festa di compleanno, almeno con lei non c’era imbarazzo nel silenzio tra noi), formiconi, farfalle, …. non so quale avvistamento e conoscenza abbia dimenticato.
Ma torniamo a qualcosa di concreto. Lasciato il profondo sud e sconfinato da Rio Grande do Sul a Santa Catarina ho passato quattro giorni a Floripa (Florianopolis), capitale dello stato e città su una grande isola. Di conseguenza dove altro avrebbero potuto portarmi se non a vedere e provare diverse spiagge? Esatto, da nessuna parte. Una sera però siamo andati al cinema (in inglese, qui si guarda in lingua originale con i sottotitoli). Ovviamente altro cibo, come per esempio ancora açai (dolce fatto con appunto questa bacca di palma chiamata açai e tante altre cose) che pare essere il migliore lì (tanto buono lo era davvero!).
Poi altro arrivederci, altra amica ad aspettarmi a Brasilia. La capitale del Brasile, pianificata e costruita dal nulla a forma di aeroplano e inaugurata al centro del paese negli anni ’60 del secolo scorso  è apparentemente la migliore città della nazione in cui vivere, ma essendo pianificata ha un che di anonimo (interessante architettura moderna per cattedrale, museo, teatro e altri edifici). Non ho visto granché però: la mia ospite mi ha portata a Piri (Pirenópolis) per due giorni, tra vecchia cittadina (la più vecchia del Brasile pare), strade rotte (finalmente le famose strade dissestate piene di buchi di cui mi avevano parlato come se fossero tutte così impercorribili), casette e negozietti adorabili, tante cascate intorno dove fare il bagno, rinfrescarsi e farsi mangiare dai pesciolini (la cachoeira Nossa senhora do Rosario è la migliore che abbiamo visitato)! Stupendo! E stupendi i vestiti che ho comprato e non ho idea di come ce li farò stare nello zaino. Inoltre ci ha accompagnato in macchina molta musica brasiliana (di quella buona), e fuori dalla macchina un gran verde intenso (che apparentemente in inverno sparisce per via del tempo arido della zona).
Comunque non poteva dopodiché mancare l’ennesimo pranzo in famiglia, perciò via verso Goiania a mangiare feijoada (e mille altre cose) da sua madre. Ero più piena che da mia nonna (mi sono pure addormentata dopo pranzo, ovvero verso le tre e mezza, e svegliata con il torcicollo perché ovviamente ero sdraiata sulla pancia), e il commento era “non ha mangiato niente”. Ovvio… sto mangiando tantissimo, e un sacco di formaggio anche, non solo troppa carne.
Il tempo: caldo! Molto caldo! Ma non umido per fortuna. Così soffro meno che in Nuova Zelanda anche se qui sono dieci gradi in più. Quando piove qua diluvia direttamente, comodo perché così un paio di orette di acquazzone e poi si può girare di nuovo. Perlomeno è quanto ho vissuto in queste settimane, sia al sud che al centro. Anche se quando si sta tornando a casa e l’autostrada è allagata non è proprio il massimo della bellezza.
E poi quante cose potrei ancora dire.. ho provato altri cibi, cartola (scritto probabilmente diversamente… banana con formaggio, cioccolato, cannella e zucchero), goiaba (guava in inglese), romeo e giulietta (gelatina di goiaba mangiata con formaggio), graviola (succo e cioccolato), farofa (farina di non ricordo cosa cucinata con mille cose diverse), altra verdura, frutta e gelati di frutta e dolci con mais bianco che non ricordo il nome (figuriamoci scriverlo). Troppo cibo tutto il tempo: appena non sono più piena si mangia di nuovo, perché bisogna provare cibi sconosciuti e non si rifiuta il cibo qui, è sgarbato visto che è il loro modo di accogliere la gente. Credo che rimetterò su i chili che avevo preso e poi riperso in NZ. Sperando di non rotolare a casa poi.
Dopo Floripa cinema anche a Brasilia: due volte in un anno in NZ e due volte in neanche due settimane in Brasile (il prezzo cambia un po’ però, bisogna dirlo). Ho dato anche per quest’anno in fatto di cinema.
Tchau, beijos


Kiwi notes go overseas – Brasile (part1)

Dall’India al Brasile. Non è solo la lontananza, sono due mondi a sè. Ma prima di arrivare in Sud America ho avuto uno strano momento a Zurigo! Tre ore in quel dell’aeroporto con sentimenti confusi tra voglio restare qui e voglio continuare il mio viaggio immediatamente. E poi un’ora e mezza di agonia in aereo, fermi all’aeroporto, ad aspettare che riparassero l’aria condizionata. E io che rispondevo sempre in inglese quando mi parlavano. Confusa.
Dopo un interminabile secondo volo finalmente Guarulhos, São Paulo, e la mia migliore amica dalla Nuova Zelanda ad aspettarmi. Assurdamente qui dove comprenderei la gente parlare tra loro portoghese in mia presenza, essendo che sono a casa e che la maggior parte di loro non sa l’inglese, tutti cercano di parlarmi e di farsi capire. E finalmente comincio a capire, nonostante avrei sempre qualcuno che potrebbe tradurmi.
Quattro giorni in un panorama che mi ricorda tanto paesi in Italia o Spagna, ad avere conversazioni loro in portoghese io in inglese, a sentirmi chiedere se io sia nomade, a rivedere gente conosciuta quasi un anno fa, a essere parte di una famiglia, a mangiare (açai,  pasteis, coixinhas, mangioca, grigliate, …), a uscire la sera e avere gente che cerca di insegnarmi i passi base della samba. E poi a rivederci al mese prossimo per un altro paio di giorni.
In aeroporto di nuovo (sono la mia seconda casa ultimamente…) e via verso sud. Con il tipo che va in giro per i gate a urlare gli aerei in partenza (in un aeroporto nuovo e moderno… avranno finito i soldi per gli altoparlanti) e caramelle al gusto di torta di limone (davvero!).
A Porto Alegre altra amica e altra famiglia ad aspettarmi. Un giorno tranquillo con churrasco gaucho (barbeque brasiliano del sud) e poi di nuovo in strada tra panorami che mi ricordano assurdamente la Nuova Zelanda: i colori, la vegetazione, … meraviglioso! Gramado e Canela (le capitali europee del Brasile con le colonie italiane e tedesche) con cascate (nel parco di Caracol), cafe colonial (prezzo fisso e cibo a volontà), krepe brasiliana (una bontà), e tanto troppo cioccolato (non avrei mai pensato di poter dire che ogni tanto c’è troppo cioccolato… ma comunque quella crêpe al cioccolato prawer e fragole era troppo grande ma meravigliosa). Stavo pure per fare un salto a casa, ma i negozi di cioccolata Lugano avevano appena chiuso! Qual tristezza.
Secondo giorno canyons al confine tra lo stato di Rio Grande do Sul e la vicina Santa Caterina. Vista splendida e miriadi di maligni tafani verdi che cercavano di mangiarmi attraverso i leggins. Non tutti sono sopravvissuti a quel tentativo.
La differenza maggiore in ogni caso è io qui non sembro una turista al contrario che negli ultimi due posti. E la cosa ogni tanto è divertente quando cominciano a mitragliarmi qualcosa addosso per strada e non ho più idea di che lingua stiano parlando.
Ma ora un giorno al mare e poi si torna alla civiltà. Dopo l’India il Brasile sembra un paese tanto ricco. Eppure, oltre al fatto che è in crisi economica ora, una delle cose che associamo al Brasile sono le favelas. Non ho visto gran povertà, ma qui ho visto la differenza tra poveri e ricchi. Le villette che sembrano vuote da un lato della strada e le casupole ammassate con la gente che vive per le strade dall’altra.
Passare da un’amica all’altra, da una famiglia e cerchia di amici all’altra, è un modo nuovo per me di viaggiare e scoprire un paese. Ma vedere con i loro occhi il loro paese è interessante. E un aiuto con la lingua è anche ben accetto al momento (a parte il fatto che conoscendo tutte le famiglie che non spiccicano una parola di inglese sto imparando qualcosina qua e là). Altro dettaglio è che oltre a vivere la vita di tutti i giorni più o meno, in un paese come il Brasile mi sento (purtroppo) più al sicuro con loro. Non so quanto potrei andare a zonzo a modo mio qui. Senza sapere la lingua poi. Vedremo tra due o tre settimane. Ma ora ancora un po’ di Porto Alegre, di chimarrão (mate del sud), xis (Hamburger del sud), churrasco gaucho (grigliata del sud).

E nel frattempo mi godo la celebrità per cui nessuno chiede una selfie per collezioni strane come in India, ma tanti sono curiosi di conoscere questa misteriosa svizzera che la figlia, il figlio, l’amica, non so chi ha conosciuto in Nuova Zelanda. Allora alla prossima, Beijos gente


Kiwi notes go overseas – Bali (part2)

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Ubud, il centro turistico della regione spirituale, artistica e culturale. I gecko onnipresenti cinguettano, sotto le strade ci sono voragini come a Sanur, ti ritrovi a contrattare con una bimba di forse 8 anni per una borsa (è un po’ più difficile, sono furbi quelli, e la bimba sapeva il fatto suo) e poi boh, si muore di umidità. Le guide ti raccattano per strada e per mostrarti la vera Bali e non quella turistica (a mio parere ora è una parte di Bali anche quella) ti portano nelle risaie da dove io sono uscita con le gambe tagliate. Ho trovato casa mia e scoperto che è in affitto. Eka house for rent. Yay!

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La seconda sera siamo stati a uno spettacolo di jegog. Musica e danze tradizionali. Anche qui i ballerini erano tutti ragazzi, inizialmente un po’ inquietante (per via della danza), poi interessante.

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E parlando di ragazzi e bambini… qui tutti vanno in giro in scooter e ogni tanto gli scooteristi sembrano avere massimo dieci anni. Nell’assolutamente accogliente home stay di Pande la figlia maggiore, di 15-16 anni, aiuta attivamente portando la colazione agli ospiti. Colazione che in questi home stay viene servita sempre sulla terrazza delle stanze all’interno del cortile della casa.
Ora però, dopo una serata culturale e poi in compagnia di una tedesca (ma guarda un po’) e di uno statunitense, ci siamo trasferiti a Balangan Beach, sulla penisola a sud. Sabbia dorata, acqua di tutti i colri, baracche di legno e paglia lungo tutta la spiaggia. Paradisiaco, non fosse per le onde troppo forti per nuotare bene e che ti sbattono sassi sullo stinco. Stavolta poi siamo in un hostel, un po’ un’altra cosa ma vabbe’. E qui in spiaggia sotto l’ombrellone c’è un povero cane ridotto un po’ maluccio che ha deciso che il fatto che lo ignoriamo qui accanto alle sdraio è una fantastica cosa.

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Sulla via per Ubud avevo espresso la mia  sorpresa di quanta poca povertà si vdesse in giro, la sera stessa abbiamo incrociato una donna che ha mandato la bimba a chiedere elemosina a noi bianchi. Passando da Kuta sulla via per Balangan Beach ho però notato subito quanto più povera fosse, oltre che (nonostante sia il centro turistico) tutta la zona da lì in giù non sia per nulla bella e affascinante quanto Sanur e Ubud ma piuttosto caotica e desolata. Le spiagge fanno poi dimenticare ogni cosa, a quanto pare. Un giorno tra le onde, poi via verso l’aeroporto. Un matrimonio indiano ci aspetta a Delhi!