Piovono kiwi a pecorelle

FAÌLTE..!

Musica, persone, natura, vita. Un piccolo spazio fatto di storie e di pensieri, immagini razionali e illogiche, sogni e opinioni, emozioni e riflessioni. Non esitate a lasciare una critica, un’idea o un saluto. Buona navigazione, e spero a presto :) Benvenuti!

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Buona festa internazionale della donna

Svizzera 2021: Le donne festeggiano 50 di suffragio universale.

Svizzera 1991: Dopo una lotta estenuante (20 anni) l’ultimo cantone approva il suffragio universale (solo 30 anni fa).

Svizzera 1971: I primi cantoni adottano il suffragio universale.

Nuova Zealanda: 1893: l’intera nazione adotta il suffragio universale.

Giusto un esempio che dimostra che la lotta per i diritti femminili continua. E so che ci sono nazioni nel 2021 che ancora non hanno il suffragio universale.

Buona festa della donna, che le conquiste continuino.

Il giocompito della gratitudine

Negli ultimi due o tre mesi, dovunque noi siamo, il nostro nuovo minuscolo in comune migliore amico ci ha immerso in un ambiente pesante a volte, ansioso altre, triste altre ancora. Ma ci sono state tante cose che hanno portato il sorriso, il sollievo, la speranza, conoscenza, scoperte, poesia.

Tra le altre cose, nelle ultime cinque settimane ho avuto la fortuna di avere un appuntamento settimanale con radioluna. Presentato da una persona che mi reputo fortunata di conoscere e avere tra gli amici, poiché poeta, cantastorie, scrittore, attore, regista, artista. E non solo di lavoro, ma anche di anima. Luca Chieregato è una persona con un anima splendente, un sorriso pronto e un abbraccio abbracciante. Per non parlare delle miriadi di parole che ti trasportano in mondi fantastici e che non hanno età, creando pure ricordi. Dicono verba volant, ma certe prendono il volo e non se ne vanno, restando a svolazzarti attorno per quando ne hai di nuovo bisogno. O forse per ricordarti di un povero grigio.

I suoi giocompiti mi fanno pensare. Era destino che lo incrociassi quel giorno in riva al lago mentre cantava le sue storie? O il destino era che scegliessi di fermarmi? O che incrociassi il suo lavoro nuovamente mesi dopo e lo riconoscessi? Ed era destino che io finissi a testa in giù? Mi fa pensare che il destino è fatto di scelte che ti portano dove ti trovi ora. Una combinazione di quanto il mondo ti offre, e quanto tu decidi e scegli di fare con questa offerta. O forse mi sto semplicemente perdendo tra parole insensate. Ma prendersi il tempo per pensare ai misteri dell’esistenza, non è una brutta scelta affatto.

La quarantena è stato un periodo di riscoperta, e rafforzamento. Ho rafforzato per esempio la realizzazione che addossarmi un senso di colpa per prendere tempo per me stessa in cui la pigrizia è regina assoluta, non mi porta da nessuna parte. Regalarmi questi momenti come meritati, mi permettono di godermi il relax, ricaricare le batterie, e diventare attiva molto prima, risparmiando tempo invece di “sprecarlo”. Ho riscoperto quali attività mi rendono felice e mi aiutano a bilanciarmi, a togliere ansia e magari pure a rendermi un po’ orgogliosa di me stessa.

Dopo le prime due settimane di rigenerazione, mi sono ritrovata in un limbo di tranquillità, gratitudine, ansia e demotivazione. Sono ormai tornata a lavoro, in un mondo strano e diverso, ma tanto bello. E ancora i pensieri mi riempiono la testa, con tante domande, e poche risposte. Ma di qualcosa sono certa: il cuore è pieno di gratitudine e ho deciso di prendere carta e penna (o meglio – tastiera e schermo) ed eseguire un vecchio giocompito compilando una lista con quanto sta riempiendo questa mente affollata. Leggetela o meno, è un bisogno mio di vederla in nero su bianco (o bianco su nero).

Sono grata:
– per il supporto della mia famiglia nonostante io me ne sia andata lontana
– perché la mia famiglia e i miei amici in Svizzera, Italia e dovunque, durante questa pandemia, stanno bene e non hanno malesseri maggiori
– per i miei colleghi e superiori a lavoro, che nonostante tutte le difficoltà rendono il mio lavoro un lavoro straordinario
– per i bambini con cui lavoro, perché mi mostrano e ricordano la bellezza della vita e mi permettono di ridere, scherzare e giocare
– per la fortuna di poter lavorare con bambini
– per il luogo fisico in cui vivo, che è semplicemente mozzafiato
– per le persone che incontro e con cui scambio brevi conversazioni, o anche solo un sorriso o un saluto
– per la salute (nonostante gli acciacchi)
– per il destino, o qualunque cosa sia, che mi ha portata in Nuova Zelanda a scoprire me stessa, trovare un paradiso, e conoscere il mio compagno
– per la tecnologia che ci tiene in contatto con le persone importanti
– per l’arte che viene creata e condivisa
– per l’umanità che vedo in giro
– per la bellezza che riesco a vedere
– per la fortuna di potermi permettere un tetto, cibo, e viaggi
– per la mia seconda famiglia qui in Nuova Zelanda
– per le mie crisi psicologiche e fisiche che mi hanno buttato a terra e fermato e così facendo mi hanno insegnato e ancora mi insegnano tante cose su me stessa e sul mondo
– per tutte le mie esperienze, buone e brutte, perché mi hanno portata in un posto dove sto bene
– per la nostalgia di casa, perché mi permette di non dimenticare da dove vengo, e di apprezzare molto di più quanto ho qua e quanto ho avuto prima
– per l’empatia estrema, perché se il negativo è amplificato, lo è pure il positivo
– per i momenti ardui, perché mi mostrano chi mi è vicino e cosa è importante
– per le lingue che ho imparato perché mi raccontano tanto di chi la parla
– per il mio spirito positivo che mi tiene a galla
– per la mia pazienza che mi evita tanta rabbia
– per ogni sorriso
– per le lacrime
– per… radioluna che mi accompagna per un’ora a settimana, con le sue parole, note, giocompiti e storie della buonanotte
– per…

Brezza fresca agli antipodi

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È sempre interessante quanto tutto sia relativo. Ma l’intensità delle cose non significa che si percepiscono certe cose differentemente. Facebook mi ricordava l’altro giorno di un pensiero che avevo scritto tempo fa.

17 aprile 2012

il vento è forse l’unica forza in grado allo stesso tempo di abbattere muri e di accarezzare un moscerino con dolcezza, e allo stesso modo ti trascina in un vortice di meraviglia e fascino poiché ha più forza nella sua dolcezza che nella sua brutalità

 

Quando ho riletto queste parole, immediatamente mi sono chiesta a cosa mi riferissi. C’era appena stata una tempesta a casa? Cosa intendevo con forza bruta? Probabilmente stavo guardando fuori dalla finestra in salotto. Ricordo tanti pensieri e post scritti dopo aver riflettuto su qualcosa guardando fuori da quella finestra. Quella porta sul giardino, e finestra sul mondo. Quel luogo così conosciuto della mia vita, di passaggio e stallo, ma così insicuro nel suo futuro. Come mi sentirò quando i miei piedi si poseranno di nuovo su quelle piastrelle? Ci sarà ancora lo stesso vetro da cui ho guardato fuori per 25 anni della mia vita?

Ma continuo a guardare alla data e meravigliarmi. Perché sono parole che potrei scrivere ora. Ora che sono in questa capitale a testa in giù e ho molto più vissuto la forza e brutalità del vento. Vero che ci sono posti dove le tempeste sono molto peggio. Penso agli uragani e tornado di stagione nel pacifico. Ma per quanto il vento dall’antartide mi entri nelle ossa e non esce più, un qualche miracolo mi ha fatta accostumare alla sua forza.

Quando tutto trema, e quando non solo non riesci a stare in piedi, ma devi afferrare il palo della luce per non essere sbattuta indietro (o avanti), quando vedi oggetti di ogni genere volare per le strade, quando sei in macchina e senti il vento spostarla. Quando non è un terremoto, è vento. Quando è spesso. Ma spesso non è una tempesta, è solo vento. Quando la gente arriva da fuori, si lamenta di quanto sia ventoso, e ti rendi conto solo in quel momento che ci sia vento. Quando ti sei abituato alla domanda “è un terremoto o solo vento?”. Perché quando arriva da nord, quelle sberle in faccia ti fanno sentire viva, ti fanno sentire il respiro della Terra. E quello da sud, be’, ti ricorda che la Terra comanda, e ti rende grata che non ci sia acqua in quell’aria gelata.

La forza di quelle folate ancora accarezza gentilmente quelle farfalle che sono un miracolo, una vera creazione divina.

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Modelli inaspettati

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C’è una cerchia di persone che ho sempre pensato, e ancora penso, che quando raggiungono un certo livello nella loro carriera, non possono fare altro che vendere i propri ideali e qualunque etica abbiano. Mi sto ricredendo.

Sto parlando di politici. Persone che per raggiungere i loro scopi compromettono, spesso troppo. E a un certo punto dimenticano perché sono lì e si fanno mangiare dal potere (e dai soldi).

Ebbene. Negli ultimi tempi mi sto ricredendo. Mi sto rendendo conto che non sono tutti così. Negli ultimi tempi.. In realtà mi sa che è parecchio, ma non mi sono veramente resa conto del significato. Partiamo con ordine.

Ero al Liceo quando ho cominciato a interessarmi di Nelson Mandela e della sua storia. Un’ispirazione enorme, di cui ai miei coetanei sembrava non poter interessare meno. Lottare con gentilezza. Una storia che sembrava uscire da un libro di racconti, non da un libro di Storia. Ma lui era lì, c’erano biografie, foto, film, documentari, video, testimonianze. E io ero in quella fase della vita in cui avevo uno spirito un po’ attivista. Passiamo oltre.

Barack Obama diventa presidente degli Stati Uniti d’America. Una figura in una delle posizioni più critiche e pericolose al mondo (vedi il presidente attuale.. mhmhem). Eppure ha rivoluzionato la vita a miriadi di cittadini, e ha rivoluzionato la visione del mondo esterno degli Stati Uniti. E con lui, la first lady Michelle Obama. Li stimo, entrambi. Per il coraggio, e la gentilezza mostrata. E l’onestà, a tratti. Ma gli Obama li ho sempre visti un po’ da lontano. In parte perché quando sono entrati nella Casa Bianca ero giovane, in parte perché non mi concerneva da tanto vicino.

Ora c’è un politico che mi concerne da vicino, e tanto è cambiato nella mia visione. Il mondo è cambiato. Io sono cambiata. Le mie prerogative sono diverse. Il mio mondo è diverso. Le preoccupazioni sono differenti. Ma non importa davvero tanto. Tranne il fatto che mi colpisce e tanto.

Jacinda Ardern è diventata a sorpresa primo ministro della Nuova Zelanda nel 2017, quasi due anni dopo il mio primo arrivo in questo paese. Quarantesimo primo ministro, la più giovane al mondo, prima donna ad avere partorito durante il ministro (senza essere sposata). Ma dettagli record a parte, è un leader speciale. La trovi a servire il pubblico durante grigliate a feste nazionali, e guida la propria macchina, parlando con la gente per strada. Non credo sia mai stata vista rispondere male a nessuno o trattare qualcuno senza il massimo rispetto. In tempi di crisi risponde veloce, decisa ed empatica. Dopo l’attentato alle moschee di Christchurch poco più di un anno fa, in un mese ha fatto passare una nuova legge che bandiva armi non da caccia. Ha bandito in pochi mesi qualunque nuova spedizione per cercare petrolio nelle acque nazionali. Dopo la morte di una turista, ha chiesto ufficialmente scusa alla famiglia e alla comunità internazionale. Durante questa nuova crisi ha agito veloce, tiene il popolo informato quotidianamente, tiene video live sui social media (in tenuta completamente informale) per rispondere a domande, spiega al popolo perché sono state prese certe decisioni e come, il governo ha stanziato sussidi (già pagati) alle ditte per 12 settimane per mantenere il personale impiegato . Ci sarebbero tanti altri esempi. È professionale, ma gentile, empatica, decisa, reale. Non è un capo di stato. Per molti è la madre di questa nazione.

Vero. Persone non concordano con certe decisioni. Persone non la apprezzano. Il suo agire non è perfetto, e il governo neppure. Ma quando ci penso, sempre più mi rendo conto che ci aspettiamo dalle persone in carica di essere perfetti, quando non esiste una persona perfetta a questo mondo. Sono orgogliosa di vivere in Nuova Zelanda, fiera di vivere questo tempo sotto la guida di Jacinda Ardern. Bambini e adulti guardano a lei come figura di ispirazione.

Questo è il mondo ideale per me. Un mondo dove i bambini guardano al capo di stato e non solo lo riconoscono, ma vedono un eroe da copiare.

 

Entusiasmanti novità da un mondo in quarantena.

Se avete aperto questo articolo per via del titolo, be’ vi deludo subito. Credo. Ma visto che siete qui, probabilmente non avete nulla di meglio da fare. O sì? Se avete risposto positivamente è semplicemente perché prorogare non è un impulso da gente stressata. È semplicemente chi siamo.

Ma tornando alle news sensazionali. Innanzitutto sto scrivendo questo articolo. Il che è una sensazione. Vista la mia assenza continua da questo mio caro diario virtuale direi che lo si può definire tale. Secondariamente, arrivo dall’aver sfornato biscotti, e dall’avere una torta di carote in forno. La sensazione è più che altro la torta, o le carote. Non ho mai fatto una torta di carote. Le cose che non si fanno quando si raggiungono gli enta. Interessante nota culturale: la torta di carote svizzera (immagino quella italiana sia simile a quella svizzera..) e quella neozelandese sono due mondi. Più o meno, per darvi un’idea, due foto tratte a caso da internet:

Che poi io non so che cosa ho fatto. Ho usato la base per torta al limone che faccio sempre, e ci ho aggiunto carote, noci e cioccolato. Sì, cioccolato. Ormai ci metto i pezzettini di cioccolato dovunque.

Che altro potrei dire di questo mondo strano in cui siamo capitati. La gente improvvisamente è molto altruista. Oppure mostra che non sa gestire lo stress e attacca chiunque gli capiti a tiro. I capi di governo si stanno mostrando per quello che sono veramente, in positivo e in negativo. Io non capisco come la gente possa ancora credere loro e seguirli, con certe uscite. Mentre altri li stimo tanto.

Oramai più di mezzo mondo è in quarantena. Gli hashtag io resto a casa, o stay home sono dovunque. C’è chi non sa più cosa fare e la noia li terrorizza, altri non seguono le regole, altri stanno una meraviglia a poltrire sul divano, altri soffrono terribilmente. È una situazione talmente nuova per tutti noi, che è stressante per tanti. E io che a gennaio pianificavo di sorprendere mio padre e tornare dopo quattro anni a casa al suo compleanno per una visita (sorpresa…!). Ma ovviamente nulla quest’anno.

E allora vediamo cosa sono riuscita a fare in 20 giorni di quarantena in Nuova Zelanda.

Torte: tre (diverse, contando quella che è in forno).
Biscotti: due (volte, non due di numero, stesso tipo).
Portatili rotti: uno.
Portatili nuovi: uno (yippee).
Settimane a lavorare senza portatile: una (non mi era mai mancato così tanto avere un computer).
Giorni a lavorare: tredici.
Trimestri programmati: uno.
Libri letti: zero.
Volte che ho pensato di leggere qualcosa: almeno 20.
Fogli riempiti di disegni: più o meno 10…
Pagine di un libro da colorare colorate: tre (come le torte!).
Videochiamate con la famiglia: due.. (?!? — landalös..)
Videochiamate con zoom per lavoro: una.
Mangiato bontà brasiliane fatte in casa: due.
Uova di pasqua giganti disegnate, colorate e attaccate in finestra: una.
Uova di pasqua mangiate o da mangiare: zero.
Altri dolci di pasqua: zero (o la torta di carote è considerata tale per via delle carote e i coniglietti?).
Ore passate davanti a uno schermo per qualsiasi motivo: troppe.
Film della Ghibli guardati: quattro.
Di cui con il mio compagno: due.
Puntate di big bang theory guardate: almeno una stagione.
Altri film guardati: uhm… direi una decina, devo contarli?
Uscite per andare a fare la spesa: tre.
Uscite in quartiere non per fare la spesa: due.
Posta ricevuta dalla Svizzera: due (il CD di mio fratello, e una lettera da mia nonna).
Giochi scaricati sul telefono e poi disinstallati di nuovo: credo cinque.
Giochi scaricati sul computer (e non disinstallati): uno.
Tagli di capelli: uno (finalmente! non ce la facevo più..).
Torte probabilmente malriuscite: una (quella di carote, mi sa che l’esperimento non è riuscito, ma non l’ho ancora provata).
Video di gente che ha creato canzoni a casa riguardo la quarantena: tre..?

Credo che da Kiwiland sia tutto, quarantena passo e chiudo. Kia kaha. Restate a casa, state al sicuro, salvate vite. Un abbraccio virtuale.

Per 3 minuti e 25 di risate: Family lockdown boogie

Anniversario

È il 15 di gennaio. È sera tardi già. Ma è semplicemente assurdo, strano, impressionante, angosciante, che sia il 15 gennaio 2020. Non per il fatto che siamo nel 2020: quella è un’assurdità a parte. No, è per il fatto che era il 15 gennaio 2015 quando salutavo casa, pensando di stare a testa in giù per 9 mesi. Già un sacco di gente diceva avrei trovato un Maori e non sarei tornata. Non è proprio andata così. Non è un Maori, e sono tornata (per un po’). Ma sono sempre a testa in giù… Cinque anni dopo.

Tempo fa, dopo essere tornata in Nuova Zelanda, un’amica mi ha chiesto cosa mi mancasse della Svizzera e cosa ero felice non avessi più. Sarebbe anche ora rispondessi. Tralascio famiglia e amici ovviamente (che tra l’altro non sono cose, perciò non dovrei nemmeno nominarli).

Mi manca della Svizzera: gli eventi sociali a cui partecipavo e che attendevo (concerti locali, canto, coro, teatro, …); l’aceto alle erbe, il brodo della Oswald, le castagne.

Non mi manca della Svizzera: la pressione e il pregiudizio.

Amo della Nuova Zelanda: gli spazi grandi, il verde nelle città, i Pohutukawa; la sciallanza, intraprendenza e fiducia dei kiwi; la cultura mista; la torta di carote.

Non mi piace della Nuova Zelanda: al lato opposto del pianeta; la burocrazia è ugualmente frustrante anche a testa in giù; le case non isolate e la mancanza di riscaldamento centralizzato.

Kia Kaha – sii forte

Decadi

Quando passi da una decade all’altra ti aspetti di avere più conoscenza, saggezza, coraggio e quant’altro. Non so bene quanto sia vero. Insomma, dipende da persona a persona immagino. Alcuni a vent’anni sono più saggi di altri a settanta. Ma questo è quello che vale per me entrando negli enta:

Appena prima del mio compleanno. Ho finalmente guardato la famiglia Addams. Già. A tipo 29 anni e 360 giorni. Ma ce l’ho fatta, l’ho visto prima dei trenta. Ho imparato che alla fine essere adulti è relativo. E che divertirsi è importante. Perché si è sè stessi. E che esempio sarei ai bimbi con cui lavoro se non fossi me stessa? Appunto. Quindi basta essere seri in pubblico tutto il tempo perché si è adulti. I bambini ti prendono pure più sul serio se ti diverti con loro. La maggioranza. Perché alcuni sono più seri di te.

Ho imparato che la pigrizia non se ne va di suo, ancora devi lottarci contro. Ho imparato che il tempo passa, ma è relativo. Quando tutto è un eternità passata in un soffio, be’ allora la tua vita va bene. Specialmente sé riesci ancora a vedere il presente in mezzo a tutto quanto.

Ho imparato che ogni tanto devi scegliere tra lasciare le cose che ti frustrano, o tenere le cose che ti gratificano. Perché purtroppo sono nello stesso posto e non puoi fare entrambe le scelte. Ancora non so bene quanta frustrazione si può sopportare senza perdere di vista le gratificazioni. Immagino vi farò sapere non lontano da ora.

Ho imparato che la gente può cambiare ed è un processo naturale. E che certa gente purtroppo te la devi sorbire, e non è colpa loro. Ho incontrato tanta gentilezza e generosità, che mai avrei immaginato. E che ce n’è ancora di più dietro l’angolo.

Continuo a dirmi che devo leggere e rileggere tanti libri. Ma non so quando cambierò e mi metterò dietro seriamente. Mi sto facendo una cultura approfondita di anime però. Non so quanto valga in ritorno. Ecco non so più l’italiano. Perché quell’ultima frase non credo sia italiano. Ma importante è capirsi. Un’altra cosa che ho imparato. A vent’anni ero così preoccupata dell’opinione altrui, che mi bloccavo dal fare e dire ciò che volevo e sentivo. E mi sono trascinata verso un crollo mentale. Ora perlomeno riconosco i sintomi e faccio qualcosa prima di iniziare il declino.

Ma soprattutto, ho imparato che anche senza piani precisi per la tua vita, non mi sarei mai aspettata di essere dove sono ora. E ho imparato che va bene così. Ho imparato che la paura del futuro non mi passa. E che va bene pure quello.

Sembreranno lezioni futili. Ma è quanto ogni giorno mi fa dire che la vita non è esattamente quello che vorrei, ma ne sono grata lo stesso. Ogni giorno… Diciamo quando ci penso più seriamente. In mezzo a un divertimento, una disperazione e una seria giornata produttiva. Quando mi ricordo, o qualcuno mi ricorda, che ho passato la soglia degli enta. E mi chiedo incredula come sia successo.

Benvenuto 2020

Non mi sono dimenticata di me, di voi, del blog, o di chiunque altro. Mi dimentico continuamente di tante cose, ma quello è un altro discorso. Buon anno nuovo a tutti quanti, ora anche nel vecchio continente!

L’anno passato è stato un tumulto di emozioni. Tanti cambiamenti e incertezze a lavoro, un’amica conosciuta qui tornata a trovarmi dall’altra parte del mondo, drammi sociali ed ecologici in tutto il mondo, una pausa da tutto e tutti per andare in Giappone per il matrimonio della mia migliore amica, la perdita di persone amate e l’instabilità nell’essere così lontani da casa e da loro, il contatto ritrovato con altri familiari, amici in difficoltà psicologica, fisica e quant’altro, problemi di salute personali, ritrovarmi in paesaggi da sogno, l’incertezza assoluta di cosa succederà nel nuovo anno appena cominciato.

La vita dall’altra parte del mondo non è facile. Ma in fondo, la vita in sè non è facile, non importa dove si stia.

Sono arrivata ai 30 anni, e non mi sento per niente adulta. Non ho idea di come ci si senta da adulti. Se mi dite che ci si sente responsabili, allora sono adulta da quando ero bambina. Se mi dite che è riuscire a gestire tutto quanto, allora mi chiedo quanti adulti ci siano a questo mondo. C’è sempre stata questa idea che a un certo punto si sia adulti, come uno stacco dall’essere bambini. Ma si cresce un giorno alla volta, e come si fa a sentire una differenza se si cambia di minuto in minuto? Il mio corpo però si sente più vecchio. Questo non c’è dubbio. E quando mi guardo allo specchio vedo sempre più mia madre. Dev’essere un segno anche quello.

So solo che questo ultimo anno, passando tra dolore e lutto e tante emozioni, ho ritrovato fiducia, e gioia, e tanta gratitudine per tutto quanto mi stia attorno. Il lutto continua, la nostalgia cresce, la vita continua, la gratitudine continua, l’amore continua.

Benvenuto 2020, sono curiosa di sapere quali bellezze ci porti. ❤️ Ci mando un abbraccio, gratuito, così. Perché fa bene a me, e a voi.

Empatia portami via

Empatia è una parola complicata, con un significato incompreso, sia come termine scientifico che colloquiale. Se i miei professori di comunicazione dovessero leggere questo articolo, probabilmente verrebbero dall’altra parte del mondo per fucilarmi (dopo avermi fatto eliminare questo post e averlo sostituito con una definizione corretta del termine).

Nel colloquiale può significare tante cose, ma una di queste è un carattere che ho in comune con altre persone. Parlavo con una mia amica tempo fa, e ci siamo rese conto di quanto questa nostra specifica empatia ci condizioni quotidianamente.

Non è solamente piangere di fronte a film drammatici nella scena più triste del film o libro dove muore il protagonista a cui ti sei tanto affezionato nelle ultime due ore (o forse nei sette episodi precedenti). Ogni tanto è piangere di fronte a un video di due minuti di un salvataggio di un cucciolo. O piangere quando qualcuno dice qualcosa di forte, non in senso negativo o insultante, ma qualcosa che è vero, importante, magari un po’ ribelle, e che vuole migliorare le cose. Un discorso che ti fa capire qualcosa, che ti fa sentire insignificante… ecco, magari questo è qualcosa di cui solamente le persone empatiche hanno esperienza.

Non è solamente piangere. Piangere è una conseguenza di una persona empatica e sensibile e forse emotiva (ma se non sono la stessa cosa sono strettamente collegate di sicuro). È anche sentire una grande gioia quando qualcuno o una situazione attorno a te è felice. Il collega ha passato gli ultimi esami universitari? E via di saltellamenti vari. Lo sconosciuto di turno che incroci per strada ti sorride e saluta? Tu sorridi e la tua giornata è già migliore. Un amico ti manda un messaggio con una buona notizia? Tutto quanto diventa più rilassante. L’altro amico ti manda una brutta notizia? Il tuo cervello si blocca e tutto diventa più difficile da digerire, e la pazienza va a farsi benedire.

Ogni tanto è pure un viaggio nel tempo, e le emozioni sono lì in un qualche cassetto pronto ad aprirsi e a sommergere la tua giornata. È assurdo quanto un pensiero che fa scattare un ricordo, che ne fa scattare un altro, improvvisamente ti fa stare male, lo stomaco si stringe, l’ansia sale. E la ragione? Qualcosa ha fatto scattare un ricordo di un evento, in cui ti sentivi così, e seppure non ti ricordi l’evento in sè, l’emozione la ricordi e la rivivi senza sapere veramente perché. C’è da dire che se ricordi un evento felice, improvvisamente tutto si illumina. E in qualunque caso, tu stai semplicemente camminando per strada.

Non dimentichiamoci l’immaginazione poi. Quanti di voi pensano troppo a un episodio successo o a qualcosa che succederà e vi immaginate ogni possibile opzione. E per ogni opzione stomaco e cervello ti fanno fare un giro sulle montagne russe, come se lo stessi effettivamente vivendo in quel momento.

Il mio livello di energia funziona anche quello a empatia. C’è un equilibrio energetico che il mio sistema ha bisogno. Se le persone attorno a me buttano fuori un sacco di energia tutto il tempo, il mio livello scende drasticamente e quasi la mia energia si spegne. Se le persone attorno a me hanno un livello di energia normale o relativamente basso, io mi attivo e automaticamente ho più energia. Se l’energia è negativa però mi spengo, mentre se è positiva mi attivo. Solitamente le persone molto estroverse mi reputano silenziosa, introversa e timida. Le persone introverse o timide mi reputa energetica e attiva. Il punto è che non si tratta di punti di vista con me al centro di una gamma energetica. È che io cambio drasticamente a dipendenza di chi ho attorno e dell’energia che percepisco inconsciamente. La tua energia mi può attivare come può mandare il mio sistema in black out.

A essere sincera non so bene a cosa voglio arrivare. Forse solo esprimere i miei pensieri, e spiegare come vivo la vita. Puoi farti il pelo quanto vuoi, ma se il tuo sistema emotivo funziona a empatia e sensibilità a balla, le cose possono cambiare solo fino a un certo punto. E alla fin fine, non è solo negativo. Inoltre preferisco l’ipersensibilità a un cuore di ghiaccio.

Questo è tutto, da questa giornata di pigrizia assoluta dopo una crisi emotiva, vi saluto. E mangio qualcosa, che di emozioni ed empatia non si vive granché a lungo. Purtroppo.

Kia kaha.

Vita da immigrata: domande

Quando sei un’espatriata, ti passano sempre tante cose per la testa. Domande, dubbi, pensieri. All’inizio è diverso, poi arriva la quotidianità, poi arrivano quelle domande (di solito prima dagli altri) come “sei qui fissa o di passaggio?”, “hai intenzione di stare qui a lungo?”, “hai intenzione di vivere qui per sempre?”, “vuoi mettere su famiglia qui?”. E chi più ne ha più ne metta. Possono sembrare domande ovvie, ma non sempre lo sono. Io non sono scappata da casa, non sono venuta alla ricerca di un posto migliore, sono venuta in un posto che amo, ma per stare con qualcuno. Perciò quando queste domande mi passano per la testa, o se qualcuno me le pone, be’… spesso è il panico, i pensieri si ingarbugliano, e io non capisco più nulla. Allora cominci a chiederti cosa vuoi veramente.

Sì, casa mi manca. Sì, amo la mia nuova casa. Sì, è complicato restare qui. Sì, sarebbe ancora più complicato tornare a casa con lui. Io credo ancora che l’Europa sia un posto magnifico, così vario e ricco, e con bellezze culturali e umane immense. Ma con tutto quello che succede là, e con quel poco (di brutto) che succede qua, comincio a chiedermi se non mi convenga alla fin fine provare a restare, più di “a lungo”. Poi ne parli ad alta voce e le cose cambiano. Ancora vuoi tornare a casa, ma allo stesso tempo l’idea che le cose vadano diversamente, non sono più così terrificanti. E si torna a vivere alla giornata. Perché questo è quello che ho fatto negli ultimi quasi tre anni (pensare che sono qua da quasi tre anni spaventa un po’, specialmente visto che ancora è tutto un punto di domanda e temporaneo).

Ma una cosa è cambiata. Non mi fa più paura essere etichettata come espatriata, o immigrata, o emigrata. Anche se a essere onesta, un po’ strano lo è.

 

 

PS Una domanda me la pongo sempre, continuamente. Perché mai la Nuova Zelanda deve proprio essere dall’altra parte del mondo?

PPS Domande come quelle scritte sopra, non sono sempre le benvenute. Non tartassate le persone con tutte quelle. O almeno non gettatele lì tanto per che poi non ve ne frega nulla e lasciate la persona in totale panico! :D