Piovono kiwi a pecorelle

FAÌLTE..!

Musica, persone, natura, vita. Un piccolo spazio fatto di storie e di pensieri, immagini razionali e illogiche, sogni e opinioni, emozioni e riflessioni. Non esitate a lasciare una critica, un’idea o un saluto. Buona navigazione, e spero a presto :) Benvenuti!

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Vita da immigrata: domande

Quando sei un’espatriata, ti passano sempre tante cose per la testa. Domande, dubbi, pensieri. All’inizio è diverso, poi arriva la quotidianità, poi arrivano quelle domande (di solito prima dagli altri) come “sei qui fissa o di passaggio?”, “hai intenzione di stare qui a lungo?”, “hai intenzione di vivere qui per sempre?”, “vuoi mettere su famiglia qui?”. E chi più ne ha più ne metta. Possono sembrare domande ovvie, ma non sempre lo sono. Io non sono scappata da casa, non sono venuta alla ricerca di un posto migliore, sono venuta in un posto che amo, ma per stare con qualcuno. Perciò quando queste domande mi passano per la testa, o se qualcuno me le pone, be’… spesso è il panico, i pensieri si ingarbugliano, e io non capisco più nulla. Allora cominci a chiederti cosa vuoi veramente.

Sì, casa mi manca. Sì, amo la mia nuova casa. Sì, è complicato restare qui. Sì, sarebbe ancora più complicato tornare a casa con lui. Io credo ancora che l’Europa sia un posto magnifico, così vario e ricco, e con bellezze culturali e umane immense. Ma con tutto quello che succede là, e con quel poco (di brutto) che succede qua, comincio a chiedermi se non mi convenga alla fin fine provare a restare, più di “a lungo”. Poi ne parli ad alta voce e le cose cambiano. Ancora vuoi tornare a casa, ma allo stesso tempo l’idea che le cose vadano diversamente, non sono più così terrificanti. E si torna a vivere alla giornata. Perché questo è quello che ho fatto negli ultimi quasi tre anni (pensare che sono qua da quasi tre anni spaventa un po’, specialmente visto che ancora è tutto un punto di domanda e temporaneo).

Ma una cosa è cambiata. Non mi fa più paura essere etichettata come espatriata, o immigrata, o emigrata. Anche se a essere onesta, un po’ strano lo è.

 

 

PS Una domanda me la pongo sempre, continuamente. Perché mai la Nuova Zelanda deve proprio essere dall’altra parte del mondo?

PPS Domande come quelle scritte sopra, non sono sempre le benvenute. Non tartassate le persone con tutte quelle. O almeno non gettatele lì tanto per che poi non ve ne frega nulla e lasciate la persona in totale panico! :D

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Piccoli complessi umani

Lavorando con bambini ne vedi, e soprattutto senti, di tutti i colori. Oramai non mi sorprende più nulla. Ecco, no. In realtà quelle piccole personcine mi sorprendono ancora ogni giorno, tra frustrazioni e risate. Ma certamente mi hanno insegnato e mi insegnano tante cose e hanno cambiato tanti miei pensieri e mie idee. Se vuoi sopravvivere con bambini, devi imparare a vedere le cose da un’altra prospettiva, quella positiva. Riconoscere le difficoltà e lavorarci, senza dimenticare di apprezzare i tratti buoni, e sottolinearli. Se ascolti, impari tanto sul tuo corpo e la tua mente. So che mi sto facendo prendere dallo stress quando la mia pazienza va a farsi benedire, e so che sto meglio se sono tranquilla con i bambini, scherzo con loro e allo stesso tempo mi ascoltano e rispettano. Inoltre ho imparato qualcosa di molto importante: anche con un gruppo di bambini fantastici, che ti rispettano, ti ascoltano e sono educati, pure con loro ci sono semplicemente giorni no. Giorni terribili dove devi semplicemente navigarci, e sopravvivere per il giorno seguente, uno molto migliore.

Qualche giorno fa ho lavorato in un altro centro, con altri bambini. Ero accovacciata attorno a questo tavolino con i piccoli che disegnavano e chiacchieravano. Poi mi arriva una nuova perla. Un bimbo sui 5 anni mi chiede il mio nome (sì, gli altri mi hanno presentata al gruppo, ma figurati se su quasi 40 bambini tutti si ricordano o ascoltano), poi commenta “sembri un grande adulto”, e già diventa surreale, visto che ci sono bambini di 9-10 anni più alti di me. Ma non finisce lì ovviamente. “Sembri una mamma. Sei una mamma?” “No, non sono una mamma.” “Hai bambini?” “No, non ho bambini” “Perché se avessi bambini, saresti una mamma”. Ecco. Hai bisogno di queste spiegazioni ogni tanto, perché da soli non ci possiamo arrivare.

E poi ci sono quei bambini che ogni tanto ti licenziano perché non gli dai un foglio di carta immediatamente. O ogni tanto semplicemente per.

E quelli che omma’ quante frustrazioni. Anche rabbia. Ma alla fine, tranne per pochi eletti, anche quelli sono meravigliosi quando sono di buon umore.

Ci sono bambini a cui non è stato permesso di tornare. Vedo quegli episodi come fallimenti, perché non siamo riusciti a risolvere la situazione prima che esplodesse. Ma quegli stessi bambini quando mi vedono mi salutano con un sorriso enorme. Sono quei piccoli segnali che mi dicono e mi ricordano: anche un tentativo fallito porta a qualcosa ogni tanto. I bambini ricordano che ci hai provato, che c’eri e anche se non riuscendo a risolvere i problemi, hai lasciato un segno. E un messaggio per loro: ci sono persone che si prendono cura di te. È sempre un fallimento, ma non completo.

In queste situazioni ci sono affermazioni che non solo ho imparato a non prendere personalmente , ma pure ad apprezzare. Un bambino che ti urla che odia il centro e odia te, è un bambino che ti sta mostrando le proprie emozioni e sta cercando un motivo per quella brutta sensazione che ha dentro. E ogni tanto è un passo enorme per loro. No, non sono masochista e non mi piace essere insultata o offesa, né sono insensibile. Ma ho imparato a distaccarmi dalla situazione e rimanere calma. Ah, no certo. Non funziona sempre: ogni tanto ferisce e basta.

E poi ci sono quei bambini che un tempo erano un rompicapo, e omma’ quanti problemi. Ora commentano altri bambini “com’è che crea sempre problemi e litiga sempre con qualcuno?”. E ti rendi conto che tutto si può risolvere. Forse. Perché quelle piccole menti sono tutte così complesse.

Alla fin fine però io sono fatta così, e mi affeziono troppo facilmente a quelle meravigliose creature. Ti distruggono. Ma ti rendono la vita fantastica. Se tutto questo può avere senso.

Quella sottile differenza

Quando le differenze non sono ovvie, spesso ci si dimentica che esistano. È molto più facile confrontarsi con culture completamente differenti, che simili. Perché non ci si rende conto quando si fa qualcosa di sbagliato o diverso, e spesso non te lo dicono in faccia. Vengo da una cultura “occidentale”, e vivo in una cultura “occidentale”. Si vive il quotidiano, si va a lavoro, si guadagna abbastanza per pagare l’appartamento, il cibo, eccetera, si va al cinema, al museo, a passeggiare, a bere qualcosa con gli amici quando si può e non si è troppo pigri. Persone diverse, stessa vita. Ma ogni tanto mi rendo conto che in fondo in fondo, da qualche parte, abbiamo una vita diversa.

Quando qualche mese fa ho avvisato il mio capo che per via di medicamenti che stavo prendendo non stavo dormendo da un mese e che non ero presente al cento con la testa, la sua risposta è stata “avevo notato che sei scesa al livello di una persona normale” (e di prendermi cura di me stessa). Forse sarà anche il mio carattere, per cui se faccio qualcosa ho bisogno di farla perfetta, ma certi errori e ritardi che ho fatto durante quel periodo, a casa non mi sarebbero stati perdonati con un semplice prenditi cura di te stessa. Improvvisamente mi sono tornati in mente tutti quei commenti per cui i kiwi sono troppo rilassati a lavoro. Mentre noi europei troppo spesso siamo abituati a dover dare il 100 e più se vogliamo essere presi sul serio. Non fraintendetemi, la mia équipe è fantastica, fanno il loro lavoro benissimo, ma solitamente non vogliono troppa responsabilità sulle loro spalle, o perlomeno non ufficialmente, e sono visibilmente contenti che qualcuno faccia quel lavoro per loro. Mi sono sempre detta che se fossi rimasta a casa, non avrei mai avuto le stesse opportunità che ho avuto qua. Immagino che alla fine, la pressione e le pretese che ho vissuto per 25 anni prima di venire qui, siano stati un fattore determinante a farmi salire la scaletta in pochi mesi. Io ho sempre solo pensato che stessi facendo quello che mi veniva richiesto. A quanto pare no. Percezione culturale.

Tra l’altro. La burocrazia è dolorosa dappertutto. Ma qui sono dei geni a tutti i livelli in tutte le organizzazioni. Dolore. E il mio lavoro è restare a galla nella loro genialità che tenta di mandarci a fondo. Fortuna ho imparato a nuotare da piccola.

Piccioni ribelli

Avete in mente tutte quelle storie sui piccioni che fingono di essere tonti, ma in realtà si stanno preparando a governare il mondo? Quelle storie raccontate da gente che non ha nulla di meglio da fare? Come me proprio ora?

Ebbene, ieri ne ho visto un assaggio. I piccioni si stanno attivando. Sono uscita di casa, e all’incrocio a due passi, sia all’andata che al ritorno, i piccioni si sono piazzati in mezzo alla strada e per ogni auto che passava svolazzavano via lentamente per ritornare a piantarsi in mezzo alla strada di fronte alla prossima macchina che puntualmente doveva frenare per non investirli. Qualche ora più tardi, mentre stavo servendo merenda ai bambini a scuola, un gruppo di piccioni è improvvisamente apparso davanti alla porta aperta e stava per entrare a rubarci i fantastici pancake che avevo fatto. Non ho idea se fossero gli stessi o meno, ho mandato un fidato bambino a prendersi cura di loro e ho continuato a servire merenda.

Meraviglie

Sai che il mondo

Ecco, questo è quanto stava in una bozza datata Aprile 2018. E chissà cosa volessi scrivere. Di meraviglie però ce ne sono continuamente. Pure nei giorni bui, quando una piccola meraviglia può illuminarti la via.

Sinceramente, parole a vanvera oggi.

Ma un pensiero è fisso in testa da venerdì 15 marzo, giorni seguenti inclusi. 2019 stavolta. La maggior parte del mondo ricorderà questo giorno per le incredibili marce dei giovani che hanno richiesto un mondo migliore. Noi in Nuova Zelanda lo ricorderemo come il giorno in cui il paese è caduto in un abisso, per svegliarsi e venirne fuori forte, e con un cuore enorme. 50 morti, altrettanti feriti gravi, per mano di un bianco estremista. Improvvisamente si sono dovuti fare i conti con un problema buttato sotto banco, scartato come non pericoloso o serio. Il paese ha reagito. Il paese ha mostrato che la comunità islamica è nei cuori di tutti. Una nazione è andata in lutto, e ha detto non qui, non più. Siamo un solo popolo. Il governo ha bandito la vendita di armi automatiche. La comunità non islamica si è svegliata e ha dovuto fare i conti con un razzismo ignorato. E ha detto non più, non qui. Il primo ministro ha messo in chiaro che razzismo ed estremismo non ci possono stare in una nazione con oltre duecento etnie, e che l’unica cosa di cui abbiamo bisogno al momento, è “amore e sostegno per tutte le comunità islamiche”.

Sono orgogliosa di essere qui, di fare parte di questo paese, orgogliosa del primo ministro, una donna coraggiosa. Abbattuta dall’atto di terrorismo che ha sconvolto la Nuova Zelanda. Non ho idea di come andrà avanti, di quanto sarà dimenticato e quanto ricordato, di quanto sarà fatto e quanto solo parlato. Ma tre piccole parole possono significare nulla, quanto il mondo. Loro. Sono. Noi.

Sai che il mondo ha ancora speranza, quando ci si ritrova nel campo di battaglia, e trovi loro.

Le meraviglie.

Gerarchia, cultura e lingua

Ero in mezzo a una chiacchierata con una collega, fuori lavoro, quando ho menzionato la stranezza di chiamare tutti per nome. L’assicuratore con cui sono in contatto via mail ha da subito risposto chiamandomi per nome, nessun signora, nessun cognome. Ai colloqui di lavoro tutti si presentano con il nome, niente cognomi. Io faccio una fatica assurda a chiamare per nome il direttore della scuola dove lavoro (chiaramente in una posizione più alta della mia e più anziano di età), o rispondere a uno sconosciuto in una email formale chiamandolo per nome (infatti non ho mai fatto nessuno dei due). E ciò, nonostante io veda tutti quanti farlo e sembri essere così naturale. Per il resto a lavoro e in giro non ho mai avuto problemi, anzi aiuta a sentirsi a proprio agio (quanto meno stress e quanta meno pressione!). Ma la mia collega ha trovato strano il mio commento, e ha cercato di capire quale sia il motivo di questa differenza culturale. Io abituata a una struttura gerarchica trovo strano la familiarità con cui si interagisce qui in Nuova Zelanda, lei abituata a questa familiarità trova strana la gerarchia e netta separazione di cui le parlo. Un fattore di separazione tra le due culture è sicuramente la lingua: in inglese dai a tutti del “you”, non esiste una persona formale, dare del Lei a qualcuno. Ma allo stesso tempo la stessa collega mi ha detto che in Sud Africa (paese anglofono anch’esso) hanno una forte gerarchia sociale. Perciò da dove viene questa differenza culturale? Quanto influisce la lingua, quanto l’esperienza di un popolo, quanto la cultura influisce sulla lingua?

 

Vi lascio con due video interessanti, sulla lingua. Il primo in italiano su connotazioni differenti secondo il genere, il secondo è un Ted Talk, in inglese, sul linguaggio e il pensiero in generale.

Monologo di Paola Cortellesi

Ted Talk – How language shapes the way we think

La vita

Sai che tutto quanto andrà bene, quando ti ritrovi a reimparare a fare a maglia perché una bimba a lavoro ti chiede di insegnarle. E un’altra bimba mentre la aiuti a fare qualcosa ti chiede “ma almeno ti pagano bene per fare questo?”. La vita è meravigliosa.