Piovono kiwi a pecorelle

Società

I bambini che ti salvano la giornata

Passi ore, giorni, mesi a disperarti per quanta plastica ci sia in giro. Per tutti i sacchetti di plastica che cercano di rifilarti al supermercato, e per tutti quelli che la gente semplicemente accetta (e butta via). Ti disperi a guardare le strade pulite, e tutti i rifiuti fuori strada come quell’immagine di chi pulisce la stanza piantando tutto sotto il tappeto o letto per un apparente pulizia.

Poi a lavoro una bimba di sette anni viene da te, e ti chiede se dopo merenda per favore può avere un sacchetto per raccogliere i rifiuti dal parcogiochi. L’ha già fatto, ti rassicura. Ti salva la giornata, e pensi che allora le speranze ci sono ancora. Anche se, in realtà, ti ha chiesto un sacchetto di plastica. Ma come puoi lamentarti a questo punto?

Altro giorno, altra bambina di otto anni, al parcogiochi. L’altalena le ha dato un pizzicotto. Mi pare giusto chiederle se l’altalena sia viva, e in questo caso quale sia il suo nome (altalena), e quale il suo genere (in inglese è “it”, non ha un genere). La risposta ovvia: è un transgender. Ma non senti malizia, e allora non puoi fare a meno che ridere. E si passa ad altri discorsi. Nuova generazione.

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Stalker senza volerlo

Mi sono resa conto l’altro giorno, che WhatsApp è il nuovo facebook. E non hai nemmeno bisogno di andare di pagina in pagina, di profilo in profilo. Basta andare nella schermata contatti, dare un’occhiata alle foto profilo, e immediatamente sai quali vecchi amici si sono sposati, quali amiche hanno avuto un bambino. E se vai a guardare gli stati, be’, sai poi anche chi è sempre in giro da qualche parte per il mondo, e chi si annoia e va alla ricerca di foto. Non c’è nemmeno bisogno di aver avuto contatti con queste persone negli ultimi anni. Manco se volessi stalkerare qualcuno potrei sapere di più…


Educazione

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Una delle cose interessanti da scoprire in un paese straniero, è il funzionamento della scuola obbligatoria. La Nuova Zelanda ha per tradizione le uniformi scolastiche, e scuole (specialmente i licei privati) separati per sole ragazze o soli ragazzi. Sono finita a lavorare in un doposcuola di una scuola elementare pubblica, mista e senza uniformi. Come la conosciamo noi insomma. No, in realtà no. In Nuova Zelanda i bambini entrano a scuola il giorno che compiono 5 anni, per questo motivo la classe d’entrata, in certe scuole chiamata anno 0 (zero), è molto più malleabile. Un misto tra asilo e scuola. Inoltre, le scuole hanno cominciato a introdurre un sistema a case, più che a classi. I bambini, suddivisi per età possono passare da una classe all’altra all’interno della propria casa (solitamente tre classi, ognuna con il proprio spazio ma senza separazione fisica tra una e l’altra), per permettere a ognuno di restare nelle proprie capacità e interessi. Le attività speciali come ginnastica vengono eseguite per casa e non per classe. La doppia cultura inglese e maori viene integrata, offrendo lezioni di Te reo maori (lingua maori) solitamente a tutti i bambini, e in certe scuole offrendo lezioni completamente in lingua maori per i bambini di provenienza famigliare maori. L’offerta culturale maori non finisce qui. Lezioni di canto (con un misto di bambini di tutte le case) e lezioni di cultura quali danza e lotta (più per i maschietti), sono uno spettacolo che vedo settimanalmente quando vado a lavoro. Quello che mi colpisce anche è la partecipazione di tutti i bambini nel canto (maori o non maori): passione. Tutti i bambini sono entusiasti, o perlomeno cantano. Da noi nelle scuole è sempre uno spettacolo penoso, tutti imbarazzati e vergognosi, quasi come se la musica e il canto siano solo qualcosa per perdenti.

Ovvio, i bambini sono adorabili e disperati come ovunque. Ma in generale seguono la cultura aperta e appassionata, abituati a scegliere, a condividere e a non frenare la passione. D’altronde in questo paese crescono limoni sui pali della luce.


Misteri di questo mondo

Avevo un phön, un asciugacapelli, di quelli che funzionano una meraviglia, tanto che me lo sono portata dall’altra parte del mondo. Ben due volte. Ma la seconda non ce l’ha più fatta, dopo qualche settimana ha deciso di autoimmolarsi, si è bruciato dentro e lentamente si è spento. Il suo successore ha deciso di mettere tutto sè stesso nel suo operato. L’ho attaccato alla presa, acceso la presa, acceso il phön, asciugato i miei capelli, spento l’asciugacapelli, … e questo è rimasto acceso. L’unica via per spegnerlo è stata spegnere la presa. Poi ieri, dopo tre mesi circa, ha improvvisamente realizzato che se il tasto è sullo zero, non dovrebbe funzionare. Rivelazioni fantastiche, un click e si spegne. E ora funziona normalmente. I misteri della vita… come le consegne postali fallite alle 5.24 di mattina. Come la macchina che non si accende più, e un’ora dopo c’è un blackout generale lungo tutto il blocco.

E si ripescano il domino con cui ci si mette a costruire piste varie, e si esce dall’altra parte della strada a prendere candele, un puzzle da mille pezzi e carte da gioco (se poi ci si accompagnano i dadi anche meglio). Il menù è da cambiare perché non funziona il forno, m a almeno una nota positiva di avere il fornello a gas è che puoi ancora cucinare senza corrente.

A tutto questo si aggiunge che a inizio mese era la festa della donna. Festa che ho sempre ignorato, pensandola un’ennesima idea commerciale. E improvvisamente, perché qualcuno è rimasto sbalordito dal mio nominarla, sono andata alla ricerca del suo significato. E mi sono ritrovata a 27 anni a scoprire che la giornata internazionale della donna non è una festa, ma la commemorazione dei diritti che la donna ha raggiunto e ancora deve raggiungere. Un significato un po’ più grande di mimose regalate, un po’ più lotta per l’uguaglianza e diritti umani. E allora celebriamola, ricordiamola, che qua di mimose non ce ne sono neanche.

E poi, nella quotidiana vita post trasloco, si invitano amici a cena e improvvisamente lui ti chiede cosa è successo. Perché il brasiliano cucina vegetariano in pentola, e io mi metto a friggere frittelle vegane per gli ospiti. Solitamente lui, da bravo brasiliano, frigge, carne. Sono episodi così. Che ti fanno rendere conto di quanto ognuno sia perso nelle proprie abitudini.

Passeggiavo, l’altro giorno, pensando al fatto che in Nuova Zelanda i vetri sono singoli, i doppi vetri stanno arrivando pian piano, mentre in Svizzera le nuove finestre ne hanno pure tre. E l’isolamento termico di tetto e pareti figurarsi. Le vecchie case coloniali inglesi sono ancora come erano una volta, lentamente le stanno ristrutturando, isolando meglio i tetti. La mancanza di riscaldamento centralizzato è ancora un piccolo mistero per me, essendo le temperature molto simili a quelle svizzere. Poi però in tutti questi pensieri mi sono ricordata di aver notato l’assenza di tapparelle o persiane a protezione esterna delle finestre della casa. E camminando per strada ho cominciato a guardare ogni singola casa alla ricerca di persiane. Niente, assolutamente niente. Vetro singolo e niente protezione esterna, bici senza lucchetto nel cortile sul retro senza alcun cancello a bloccare l’accesso. E cosa ti vanno a rubare? Il vaso con la pianta di rosmarino! Maledizione. E avevo giusto pensato di trapiantarla pochi giorni prima. E sono quasi sicura che in questo mondo qua a testa in giù, io sia l’unica a usare il rosmarino per cucinare e non come pianta decorativa. Questa è Wellington ragazzi, questa è la capitale di uno dei paesi più a sud del mondo.


Otto stranieri intorno a un tavolo

Si è formata una tradizione nel gruppo in cui sono da poco entrata a far parte. Un pranzo o una cena ogni volta cucinato o proposto dalla combriccola di una diversa nazione. Si è passati dall’Italia (ho rinnegato le mie origini e mi sono messa a cucinare lasagne), al Brasile, alla Tailandia, alla Corea dell’altra sera. Improvvisamente qualcuno guarda intorno al tavolo ed esclama: ragazzi è la prima volta! Siamo tutti di nazionalità diversa!

Otto persone, otto nazionalità, tre continenti… Svizzera, Brasile, Tailandia, Giappone, Taiwan, Colombia, Cile, Francia e Corea. Intorno a un tavolo a mangiare e a ridere tentando di imparare dieci altre lingue, o forse solo sette. Perché come d’abitudine ormai a un certo punto si comincia a prendere in giro qualcuno, a chiedere come si dice questo e quello, perché mai non si riesce a pronunciare quel suono che è così facile, no questo è diverso, ma è uguale, parole che in diverse lingue significano completamente altre cose che non sempre sono così simpatiche.

Condividendo un capitolo delle nostre vite che presto si separeranno di nuovo, dettagli che rendono la vita un’esperienza migliore, dettagli che rendono triste salutare chi riparte per un altro capitolo, dettagli che ci fanno avere fiducia nelle parole “ci rivedremo, qui o là”. Otto stranieri in un continente straniero intorno a un tavolo, a vivere appieno la bellezza delle nostre culture. Per un momento fuori dal mondo.


Ogni giorno, ogni paese

Ogni giorno un’Elvetica si sveglia e si ricorda di essere in Kiwilandia. Ogni giorno una Svizzera si sveglia e si alza per spegnere quel fin troppo presto suonante telefono. Ogni giorno un’Elvetica si alza e va a svegliarsi sotto l’acqua. Ogni giorno la quantità di luce quando esce dalla stanza le dice se una maglia è abbastanza o se ci vuole anche il maglione. Ogni mattina la Svizzera prende cibo, zaino, cuffia, sciarpa e giacca da vento e si immerge nella inoltrata primavera di Wellington, pronta (o quasi) per una nuova avventura.
Un’avventura in quel di un paese che nonostante tutto ho scoperto avere un sistema penitenziario che è uno schifo ed essere secondo solo agli Stati Uniti d’America, quando si parla di tasso di incarcerazione. E questo nonostante la criminalità è in continua discesa da due decenni, sia in percentuale che in numero netto. Una nazione che nonostante gli sforzi e la buona volontà, ancora porta su di sé l’ombra della colonizzazione dimostrato da 51% della popolazione in prigione di origine māori, quando compongono solo il 14% della popolazione totale. Un paese dove il partito oppositore promette più polizia per pattugliare i centri commerciali.
Eppure ogni giorno io cammino un’ora e mezza fino a casa attraverso tutta la città, di notte le donne camminano da sole per le strade senza avere né paura né problemi (testimone ne è pure una giudice locale), non si sente parlare di violenza se non nelle statistiche e dai politici che vogliono mandare in panico la popolazione, e io mi sento più al sicuro che in Svizzera. Parlare con gli sconosciuti è normale, la gente è tranquilla e rilassata (tranne quando si è per le strade di Wellington, sembrano sfogarsi tutti quanti alla guida qua). Il sistema di informazioni e gestione delle emergenze funziona mica male. Ma pure alla fine del mondo, nonostante la gente, nonostante la popolazione, il sistema e i politici sono uguali dappertutto. Già.

Buona giornata. E non credete a chi vi dice di andare in panico. Solitamente non ce n’è motivo. A presto gens


Quando c’è di mezzo lo shock

Ci hanno detto che è normale avere ancora effetti collaterali giorni dopo. Che la cosa migliore è parlarne. Be’ allora questo è un diario, uno sfogo e una testimonianza. Di chi dopo essere sopravvissuta a un terremoto è sopravvissuta anche ad acquazzoni, raffiche di vento oltre gli 80km/h e, soprattutto, all’attacco a sorpresa di un coltello del pane mentre stava cercando di tagliare la treccia appena sfornata. Il dito c’è ancora, perlomeno.

Il mio pensiero comunque in questi giorni va qua e là per il mondo, tra Nuova Zelanda e Italia e non so dove, dovunque ci sono persone che hanno vissuto quanto io ho solo assaggiato. L’altra notte mi sono ritrovata catapultata fuori dal letto, fuori dall’appartamento, poi fuori casa. Il terremoto M7.5 durato circa due minuti che ha scosso la Nuova Zelanda da sud a nord domenica notte ha scosso anche me: non riesco a ricordare cosa mi ha spinto o cosa ho pensato, ricordo di essermi alzata dal letto, il mio moroso urlare dalla porta di raggiungerlo fuori, essere sballottata lungo il corridoio. Solo una volta fuori nel buio a piedi nudi nel freddo, mezza cieca senza lenti a contatto, ho cominciato a realizzare cosa stesse accadendo, che prendere la giacca sulla via di uscita era stata una mossa stupida, che ci ho messo troppo a reagire. Dopo un messaggio e una chiamata abbiamo preso i nostri documenti, ci siamo vestiti e siamo saltati in macchina per andare da amici in collina lontano dal pericolo tsunami. Non ho più dormito quella notte, nemmeno una volta in un letto sicuro. Stavamo tutti bene, gli amici nella zona più colpita stavano bene, la situazione era tranquilla, eppure io non riuscivo a chiudere occhio più di qualche secondo. Credo di aver dormito mezz’ora una volta che il sole è spuntato. Ho passato la notte e anche il giorno dopo a rispondere alla gente che stavo bene, a tranquillizzare tutti che non c’erano stati danni, non eravamo feriti e il pericolo era passato. Ma essendoci in mezzo non ti rendi conto di cosa stia esattamente succedendo: con il passare delle ore e dei giorni immagini e notizie hanno cominciato ad arrivare, due morti a Kaikoura, strade spezzate in due e interrotte da frane, località separate dal resto del paese, centinaia di persone bloccate che ancora vengono evacuate pian piano via aria e mare, il centro di Wellington completamente chiuso, un lunedì fantasma, uffici negozi e scuole chiusi per riparazioni e accertamenti, i traghetti attraccati per ore fuori dalla baia perché non potevano attraccare nel porto danneggiato. Lunedì pomeriggio sono rimasta solo per qualche ora e ho cominciato improvvisamente a essere paranoica e andare in panico non fidandomi nemmeno a dormire o fare una doccia, ho scritto a un amico e sono uscita per andare a bere qualcosa. La sera altre scosse importanti e abbiamo deciso di andare da altri amici a dormire. Finalmente eravamo tranquilli, abbiamo dormito, il giorno dopo quasi tutto aveva riaperto, la vita ha ricominciato a scorrere normale, alcuni compagni non si erano nemmeno svegliati. Il tremare non lo sentiamo quasi più, altro non possiamo fare che ignorarlo, ma i miei sensi sono in allerta, e sono abbastanza sicura che una prossima volta reagirò molto più in fretta. Sono fortunata, fortunata di non essere nell’epicentro, fortunata di non aver avuto danni a differenza di altre zone della città, fortunata di avere solo un graffio e alcuni lividi a ricordarmi la notte di qualche giorno fa. Ma soprattutto fortunata di non essere sola! Il sostegno di partner, amici, scuola, città mi hanno aiutata ad andare oltre, a rientrare nel quotidiano senza troppi pensieri. Mi sembra già tutto lontano in realtà. Calcolando lo shock avuto in una situazione senza ripercussioni personali, non oso immaginare chi ne è veramente colpito, chi qua, in Italia e altrove hanno visto in un attimo la loro vita distrutta. Il mio pensiero va a loro, il mio abbraccio va a loro, molto più di prima. Ora ho capito cosa significa, almeno in parte.

Qua nel frattempo si è tornati a preoccuparsi di altre questioni quotidiane e il corpo mostra livelli di stress nuovamente normali. Buona continuazione