Piovono kiwi a pecorelle

Viaggi

Otto stranieri intorno a un tavolo

Si è formata una tradizione nel gruppo in cui sono da poco entrata a far parte. Un pranzo o una cena ogni volta cucinato o proposto dalla combriccola di una diversa nazione. Si è passati dall’Italia (ho rinnegato le mie origini e mi sono messa a cucinare lasagne), al Brasile, alla Tailandia, alla Corea dell’altra sera. Improvvisamente qualcuno guarda intorno al tavolo ed esclama: ragazzi è la prima volta! Siamo tutti di nazionalità diversa!

Otto persone, otto nazionalità, tre continenti… Svizzera, Brasile, Tailandia, Giappone, Taiwan, Colombia, Cile, Francia e Corea. Intorno a un tavolo a mangiare e a ridere tentando di imparare dieci altre lingue, o forse solo sette. Perché come d’abitudine ormai a un certo punto si comincia a prendere in giro qualcuno, a chiedere come si dice questo e quello, perché mai non si riesce a pronunciare quel suono che è così facile, no questo è diverso, ma è uguale, parole che in diverse lingue significano completamente altre cose che non sempre sono così simpatiche.

Condividendo un capitolo delle nostre vite che presto si separeranno di nuovo, dettagli che rendono la vita un’esperienza migliore, dettagli che rendono triste salutare chi riparte per un altro capitolo, dettagli che ci fanno avere fiducia nelle parole “ci rivedremo, qui o là”. Otto stranieri in un continente straniero intorno a un tavolo, a vivere appieno la bellezza delle nostre culture. Per un momento fuori dal mondo.


Appunti di un’anima un tempo razionale

Sono qui, dall’altra parte del mondo, da ben 9 giorni ormai. Il tempo passa velocissimo, sembra troppo, non riesco a concepire che è già passata più di una settimana da quando sono arrivata, che sono passati 11 giorni da quando ho lasciato il territorio elvetico. Sono tornata, con solo una persona ad accogliermi, quella importante però. Tante altre sono presenti sul territorio ma chissà quando (e in parte se) le vedrò. Sono tornata, ma arrivata in una cittadina a me praticamente sconosciuta, eppure mi sono sentita subito a casa, nel posto giusto. E le strade, i colori, le persone… è come se quei nove mesi in mezzo non ci fossero mai stati, come se questo luogo avesse continuato a essere parte di me e io parte di esso. Attraverso la cittadina la prima volta e incontro tre ristoranti tailandesi, il primo è quello autentico, il secondo è quello originale, e il terzo è la sua casa. Qui vento e pioggia sono più o meno all’ordine del giorno, significa che ho già inquadrato i momenti in cui non piove e il vento non mi spinge a destra e sinistra come bel tempo. Se continuo di questo passo mi terrò bene in forma, anzi con questi passi visto che scarpino almeno ogni due giorni fino in città e/o ritorno. Sui 10-15 chilometri al giorno. Ma qui si ha tempo. E nonostante ciò batto il tempo predetto da google maps e ci ho messo solo 1h25 a tornare i miei 6,7km verso casa. Ma è in discesa, tendenzialmente. Presto spero di avere una bici, almeno riduco il tempo di percorso casa-scuola e mi aggrego al gran numero di pedalatori. Mentre io cammino comunque la gente se ne sta tranquilla in coda per entrare in un negozio di apparecchi elettronici (apparentemente c’era una qualche grande azione oggi) e la linea si snoda lungo il marciapiede, arriva all’incrocio, gira l’angolo e continua lungo altri cinque edifici. Tranquilli, sereni, composti, ordinati. Solo in Germania ho visto succedere una cosa simile.

C’è chi mi ha esplicitamente chiesto (o persino richiesto) se una volta ripartita avrei ripreso con i miei diari. In realtà ero convinta avessi solo due o tre lettori… ma pare che gli stalker si diano da fare qui. :) Non so quanto scriverò ancora prossimamente, essendo che ho cominciato un corso all’università. E nonostante sia solo di tre mesetti, già mi sento che per la prima volta avrò una vera esperienza di vita da campus. Vicino al centro città. Numero di edifici ancora indefinito collegati tra loro e per cui ci sono bisogno mappe per arrivare a destinazione. 3000 qualcosa studenti internazionali ogni anno. Ho in classe cinesi, giapponesi, srilankesi, ruandesi, tedeschi, papuanuovaguinesi, solomonislandesi. Interesting! Altro che un dipartimento in un edificio in zona industriale di Lugano :P

Prima della mia partenza tanti hanno avuto come primo pensiero che io stessi scappando dalla Svizzera, dall’Europa. No. Non sto fuggendo da una situazione sociale e di lavoro difficile e complicata. Non sto scappando da casa mia, anzi, mi sento in colpa perché vorrei fare la mia piccola parte per migliorarla. A dirla tutta ho rincorso quella parte del mio cuore che la voleva saper lunga. Mi sono sorbita altre trenta ore di volo, sono lontana da casa, dalla mia famiglia, dai miei amici, dalla mia vita precedente e che già mi manca, il mio futuro è pieno di dubbi e domande. Ma essere qui con lui è la cosa più naturale del mondo, ed essendo questo un paese che ho imparato ad amare in passato, è semplicemente il posto giusto dove essere ora. Probabilmente tra qualche settimana comincerò ad avere le mie crisi esistenziali, poi vi scrivo eh, non preoccupatevi. Ma nel frattempo, ebbene sì lo avete capito e lo ammetto, sono di nuovo a testa in giù in Nuova Zelanda, per Amore. Ora ditemi: sono finita inconsapevolmente in un film romantico o in un romanzo d’amore? Perché, sinceramente, ancora mi sembra assurdo.

Cheers, see you later guys!


Riordinare la vita

Assolutamente non è facile. Sono in un periodo un po’ caotico, un po’ irregolare, un po’ assurdo. Ma pian piano sto facendo ordine tra 27 anni di vita. E non sto parlando metaforicamente. Mi si prospetta un trasloco dall’altra parte del mondo. E non solo. La casa dove ci sono 27 anni della mia vita non sarà più qua ad aspettarmi con la terza stanza di una figlia ormai fuori casa e solo in visita. Ho quindi qualche mese per rovistare tra le mie cose, riordinarle, incasinarle, buttarle, salvarle. È inutile: non si trovano solo pezzi di liceo o di università. Si trovano pezzi di vita, ricordi, passioni, nomi scritti ripetutamente, emozioni e sensazioni trascritte e disegnate, pensieri astrusi e alquanto profondi che sai essere opera della tua stessa mente, ma che avevi rimosso e non riconosci più. Nonostante ogni tanto un campanellino suoni. Gioia e disperazione di tutta una vita racchiusi in diari e piccoli (o grandi) oggetti. Specialmente ad avere il collezionismo nei geni.
Lentamente sto buttando via pezzi della mia vita. Ogni tanto con leggerezza, ogni tanto con sensi di colpa. La mia stanza ha talmente tante cose in meno stipate tra le sue mura, che l’aspetto è sempre lo stesso. Già. Però sono ore di lavoro che una alla volta e con calma mi sto togliendo di torno. Devo visualizzare l’ammasso di cose buttate nel cestino, le pile enormi finite nella carta straccia, gli oggetti che hanno trovato una nuova casa. E ripetermi che sono ore e ore di lavoro che non devo più fare. Fa proprio bene buttare via e lasciare andare. E riordinare almeno la propria vita, se là fuori già il caos ci sta beffeggiando.


(Auto)celebrazioni

La piccola mi guarda. La saluto sorridendo mentre seguo il mio scricciolo. Non la conoscevo. L’avevo notata seduta in prima fila durante il concerto, però. Su quella panchina aggiunta davanti alle sedie perché, che diavolo, non c’erano più posti a sedere nella palestra. Dopo un po’ me la ritrovo davanti, e la ragazza più grande che la accompagna mi dice che la piccola vorrebbe fare una foto con me. Spiazzata e lusingata faccio la foto, pensando che l’ultima volta che mi era successo era in India (e lì un viso pallido come me si nota, non ci si scappa), qui mi fa sentire una vip. Ci scambio con piacere due parole e poi proseguo con il mio scricciolo che ancora vuole danzare, quando la musica è finita da un po’. Ma il ritmo scorre ancora.

Questa è solo una delle immagini di stasera. Una bimba con gli occhi sorridenti per i nostri canti. Goccia di Voci ha celebrato l’accoglienza stasera. Un’accoglienza oltre i confini e oltre le parole. E la gente ha risposto: a quanto pare oltre 300 persone e sui 100 rifugiati (primi numeri che girano) ci hanno fatto compagnia nella palestra dell’ex caserma di Losone, ora uno dei centri rifugiati del Ticino. Quei ragazzi, perlopiù giovani ci hanno ascoltati tranquilli, poi alla fine si sono svegliati, hanno preso l’iniziativa e cantato e ballato con noi (o noi con loro?). Non ho idea di quanti sapessero l’italiano, ma non importa. La musica scavalca le barriere e il sorriso è un linguaggio universale.

Colonna all’entrata e palestra gremita. Un’immagine insolita per me. Siamo un coro. Solitamente snobbati quindi. Ma la musica di ispirazione etnica, i colori e l’allegria si spargono, attirano. E poi, giusto per celebrare un po’ Goccia di Voci,  alptransit ci ha posto ben bene in luce davanti a migliaia di persone, presenti e davanti allo schermo televisivo. Non è nemmeno la prima volta che vengono a filmarci per un documentario e simili, o che il coro partecipa a uno spettacolo che comprende canto e teatro. Quello che però mi riempie davvero il cuore a essere parte di questo gruppo, è il potere di tutte queste Gocce di creare sorrisi e lacrime e grandi energie. Celebriamo l’accoglienza, ma celebriamo anche la musica e il canto, ambasciatori di pace nel mondo.

Che Goccia di Voci continui a portare le sue armonie di pace anche nei prossimi vent’anni. Quest’estate non si fa pausa e si partecipa ancora a uno spettacolo. A ottobre si riprendono i festeggiamenti per  il ventesimo. Un anno strabiliante.

Finché i bimbi si commuovono, affascinano e divertono ai concerti quanto i loro nonni, e finché l’età dei cantanti continuerà a variare tra i 19 e i quasi 80…be’ si continuerà su questa rotta tra culture e luoghi, lingue e suoni. E speriamo di non essere gli unici ambasciatori.


Alptransit, la sicurezza e l’organizzazione svizzera

Ho l’onore e anche un po’ l’orgoglio di far parte di un progetto importante. Sia chiaro, ci sono finita dentro per caso e mica sapevo cosa mi aspettasse. Nessuno di noi sapeva cosa ci aspettasse, credo. Quando il coro polifonico Goccia di Voci ha ricevuto l’invito a partecipare allo spettacolo di inaugurazione dell’Alptransit, io ero ancora dall’altra parte del mondo per la Terra di Mezzo. Ma delle mail dall’oggetto anomalo hanno attirato la mia attenzione e ho chiesto di poter partecipare anch’io nonostante la mia assenza fino a pochi mesi prima. Detto fatto ero catapultata in questo nuovo tragicomico mondo.

Alptransit. I ticinesi sanno cos’è credo, gli italiani ne hanno probabilmente sentito parlare dal loro simpatico sciur Renzi che ha improvvisamente svelato al mondo che è tutta opera degli italiani, se gli svizzeri hanno costruito su territorio interamente svizzero e progettato da ingenieri credo anch’essi svizzeri la galleria ferroviaria più lunga al mondo che trapassa le Alpi da nord a sud (e da sud a nord, ovviamente). Eccerto. Si è dimenticato di specificare che l’ha costruita direttamente lui in persona. Avrebbe potuto farlo questo mercoledì alla festa di inaugurazione alla quale è stato invitato (forse è stato effettivamente l’invito a confonderlo), ma è sparito prima della cerimonia ufficiale con i discorsi.

Insomma Alptransit: quella galleria che ci hanno impiegato 17 anni a costruirla (più di metà della mia vita). Oggi 1. giugno c’è stata l’inaugurazione ufficiale a Pollegio ed Erstfeld. Noi siamo in ballo da un po’ con prove, non prove, canti, non canti, movimenti, non movimenti. Due volte ci hanno chiesto le misure. Ma tutte. A momenti anche del sopracciglio destro e della narice sinistra. Due volte certo: perché siamo svizzeri, non eravamo stati abbastanza precisi pare. E noi mica abbiamo ancora capito perché io, per esempio, mentre viaggiavo per la nuova Zelanda e l’India ho dovuto misurarmi testa, gambe, braccia, piedi, unghie, capelli e quant’altro. Ma siamo svizzeri, ci lamentiamo certo, ma non troppo. E poi il cibo e le nostre pause che non combaciano. La sicurezza che ieri ha chiuso tutto il sito per assicurare la zona e da domani se non siamo pronti per l’aeroporto non si possono più fare le prove. Speriamo solo che ci abbiano lasciato interi i costumi e non li abbiano sezionati nella loro ricerca di non si sa cosa. In definitiva questa organizzazione milionaria che ci fa disperare qua e là è quella che ha creato alptragik. Le parti oscure di un grande evento. Perché solo in Svizzera si è talmente pignoli che la disorganizzazione si crea dall’organizzare troppo.

Io però un po’ di orgoglio ce l’ho. Orgoglio nazionale e orgoglio artistico. Quello nazionale si smorza un po’ quando penso all’esito della votazione di febbraio mentre io ero in giro per il mondo. Una doppia galleria automobilistica proprio ora che è stato terminato questo progetto atto a spostare il traffico dalle strade (oltre che ad avvicinare nord e sud delle Alpi e della Svizzera), ecco questo proprio non lo capisco. Però speriamo che l’Alptransit serva comunque. Quello artistico è dato invece da questa esperienza fantastica, esasperante, distruttiva e completamente nuova e assurda che sto vivendo. Abbiamo praticamente dovuto rinunciare all’attività del coro, ai nostri canti, la nostra gioia, la nostra introspezione pure, per dare spazio al nostro corpo, al nostro respiro, alla nostra presenza fisica e con l’anima. Assieme a centinaia di altri artisti ci intrecciamo in una mezz’ora di performance che si è rivelata quasi nulla di conosciuto dal coro e anche qualcosa di assurdo, surreale, ogni tanto incomprensibile anche per noi che ne siamo parte. Mezz’ora di performance che ha continuato a modificarsi e chiederci flessibilità assoluta in ogni dettaglio grande o piccolo che sia.

L’Alptransit per me ormai non è più solo un grande progetto ferroviario e di ingenieria, ma un’esperienza di vita. Un’esperienza che mette alla prova le mie capacità ed esperienza inesistente in questo campo. Un’esperienza che mi prova che le Gocce formano sempre una Goccia di Voci unica, e questa è la nostra grande forza. Un’esperienza che mi ha portato a collaborare con docenti, allievi ed ex allievi della rinomata Dimitri (e con un cugino ormai artista con il quale non avevo quasi più contatti) che lavorano mille volte più di noi e non so come fanno ancora a stare in piedi.

Tra un po’ sarà finita e ne sarò felice, ma sono contenta dell’opportunità che ci è stata data e della fiducia riposta in noi. E mi mancherà sentire parlare italiano, tedesco, francese, inglese e spagnolo tutti insieme. Perché Pollegio è uno specchio della Svizzera: una piccola babele dove ci si capisce e non ci si capisce, con tante lingue e tante culture, e l’organizzazione che ne esce è quella che è. Soprattutto: non dimentichiamo la sicurezza, che siamo svizzeri. Alcuni di noi. E non dimentichiamo chi sul posto lavora diecimila volte tanto per rendere la vita più facile a tutti noi, perché dall’alto complicano tutto. Quindi grazie, perché non è facile neanche per loro.

Siamo andati in scena oggi. Ed è stata una grande emozione! C’era una gran energia positiva già prima dello spettacolo stamattina e la prima è stata una meraviglia. Tutti noi abbiamo visto, sentito, riconosciuto e acclamato l’impegno di tutte le parti coinvolte nello spettacolo. Concentrazione, presenza, energia. È finita in fretta e abbiamo festeggiato. Ma non prima che, neanche il tempo di rendermi conto che ce l’avessimo fatta, mi placassero con microfono e telecamera per una breve intervista con uno strano essere passato dietro a indicarmi con labiale “è mia cugina!”. Non ho potuto appurare la sua versione dei fatti essendo che non hanno mostrato l’intervista stasera (meglio che non so se io abbia detto qualcosa di sensato).

Ascoltando in seguito discorsi dei grandi boss svizzeri ed europei mi sono anche trovata molto onorata ed orgogliosa di questa piccola Svizzera. Devo ammettere che non mi succede troppo spesso, nonostante la gratitudine di vivere in un paese del genere. Ma i premier, presidenti e cancellieri dei cinque stati confinanti (Italia,  Austria,  Liechtenstein, Germania e Francia) riuniti tutti assieme in Ticino già è un fatto straordinario. Poi quando una Merkel definisce l’Alptransit il cuore di un’opera tecnica e ingenieristica di superlativi e un Hollande dice che la Francia (che vanta una galleria sotto la Manica) oggi si inchina alla Svizzera, be’ a questo punto ci si emoziona un po’ nel momento in cui la banda militare suona l’inno svizzero. Mai successo prima e probabilmente mai più.

Ci si dimentica di tutte le polemiche e i momenti di disperazione durante la preparazione di questo spettacolo per l’inaugurazione. E ci si porta dentro l’energia e l’emozione sperabilmente rinnovata sabato e domenica. Nella speranza, anche, che venga sfruttata al meglio per alleggerire le strade a facilitare i viaggi per il resto della Svizzera. Come speravano le persone che più di 20 anni fa hanno votato sì per la costruzione di questa infrastruttura con durata di costruzione 17 anni.


Kiwi notes go overseas – Brasile (part5)

La mia scoperta del Brasile sta giungendo al termine e la lista “prossima volta” si sta allungando, tanto che un’amica ha deciso che me la scriverà giù e me la invia da controllare. Non che abbia visto poco, anzi, ma questo paese è grande quasi quanto l’Europa, perciò di cose da vedere ce ne sono ancora, e parecchie. Pure nel vecchio continente però. E gli amici sono tanti, perciò per alcuni non ho avuto tanto tempo e altri proprio non siamo riusciti a incontrarci.
In ogni caso ultima tappa São Paulo city. La capitale dello stato ha una popolazione che alcuni dicono sia di 18, io avevo trovato di 11. Di milioni si parla in ogni caso. E grande lo è! Alquanto caotica pure. Tanti mercati, tanti quartieri interessanti, tante strade semplicemente caotiche, tanti musei, tanto cibo, tante cose da vedere, ma poco tempo. Ho provato il caldo de cana con limone (è succo della canna di zucchero, perciò senza limone non voglio veramente sapere com’è) e mi ha sorpresa per quanto sia buono. E baião, un piatto nordestino (se non alla fiera nordestina almeno qui). E ho scoperto che non voglio provare galinhada (zampe di gallina…). Mentre parlando d’altro mi hanno detto che se dico solamente obrigada nessuno si accorge che non sono brasiliana. Mah, la vedo dura ad andare avanti di soli grazie.
Un po’ a casa alla fine mi sentivo, essendo attorniata da lemonada suiça (limonata svizzera), krepe suiça (crêpe svizzera) e filé suiço (filet svizzero). Di svizzero questi cibi hanno ben poco, ma le crêpe sono buone, potremmo importarle! E per il resto be’.. finalmente sono pronta per tornare a casa. Anche se questi posti e questa gente mi mancheranno. Ma dopo due mesi a spasso, mai ferma nello stesso posto per più di tre o quattro giorni, sono stanca e tanto. E finalmente non vedo l’ora di essere a casa e di reimmergermi nella mia vita, anche se sono anche spaventata di non ritrovarmi più. Ormai il mio cuore è spezzato, rotto in tanti pezzi quanto i luoghi in cui ho lasciato gente importante, ricordi, esperienze ed emozioni. È come un puzzle che non puoi più ricomporre per intero, ma che è sempre più bello e intrigante, per quanto non puoi vedere tutto l’insieme nello stesso momento. Quindi.. via verso una nuova avventura. Perché come mi ha detto una delle persone più significative della mia Nuova Zelanda, sto andando a riscoprire casa, non ci sto tornando. “You’re not going back home, you’re going forward home!”


Kiwi notes go overseas – Brasile (part4)

L’aeroporto Guarulhos di São Paulo non ha gli altoparlanti (ancora no, ci sono passata nuovamente e continuavano a urlare dai gate), il piccolo terminal 2 di Brasilia invece ci fa salire su un bus per percorrere 50 metri onde evitare che noi poveri passeggeri ci bagnamo.  E un gentile signore con un ombrello tra il bus e le scale per l’aereo. Questo lo chiamo servizio! Ora comunque sono affidata a me stessa e al mio fantasmagorico portoghese alla volta di un piccolo borgo nello stato di Minas Gerais, chiamato Ibitipoca. Un amico della regione me l’ha consigliato, per il parco dove si possono fare un sacco di camminate. E anche se c’è un posto nello stato chiamato coromandel, non c’è sbocco sul mare nemmeno qua.
Avete mai fatto caso al colore del cielo quando andate in vacanza? Il colore delle nuvole, il colore del tramonto variano considerevolmente. Svizzera, Nuova Zelanda, Brasile.. da noi il tramonto è rosa, qui lo vedo di un rosso fuoco o arancio intenso. Da cartolina.
Ma torniamo a Ibitipoca! Già arrivarci è un avventura, non mi meraviglia più che i miei amici non conoscano questo posto. Scalo a Campinas da dove sono ripartita con l’aereo di linea più piccolo su cui sono mai salita (le turbine hanno l’elica all’esterno come i due posti biplani). Tanto che hanno spostato alcuni passeggeri per bilanciare il peso. Arrivati nell’aeroporto più piccolo che abbia mai visto il mio autista organizzato mi aspettava, ed è cominciata l’avventura portoghese. Il mio cervello in pappa che voleva solo dormire, durante le tre ore di viaggio quasi di cui l’ultima è stata nei trenta chilometri di terra sterrata (rossa ovviamente) su e giù destra e sinistra, tra mucche e conigli (il coniglio non l’ho visto, le mucche che non si spostavano decisamente sì). L’impressione di essere finita in un luogo disperso nel nulla ma che alla luce del sole apparirà stupendo.
E a proposito di questo, essendo che sto viaggiando mi sono adeguata come al solito alla luce, come le galline. Sveglia all’alba, a dormire al tramonto. Il problema è che la luce è dalle sei alle sei…non funziona molto. Mi sveglio troppo presto e quando vorrei dormire è troppo presto ancora. Se poi il gallo comincia a cantare alle 4 di mattina invece che quando si alza il sole…
Ma questo viaggio complicato decisamente vale la pena! Ibitipoca (Conceição do Ibitipoca e Parque estadual do Ibitipoca) sono forse il posto più bello che ho visto qua. Nelle montagne il paese è semplicemente minuscolo e adorabile. Tutto attorno, dentro e fuori dal parco, è inimmaginabilmente meraviglioso. Bosco, acqua, rocce, … I fiumi sono rossicci per via del vegetali e organismi che si decompongono lì. Ma molto limpida allo stesso tempo, e pare che faccia bene ai capelli. I sentieri sono di pietra, di roccia rossa, di sabbia bianca, … le cascate dove fare il bagno semplicemente bellissime (oramai sono un’esperta nel fare il bagno sotto le cascate), alberi, fiori, cactus con frutti buonissimi. Il tempo mooolto caldo e più umido di tutti i posti che sono stata prima. Di modo che sono riuscita a bruciarmi due giorni di fila nonostante tanta crema, e le zanzare e moscerini mi amavano anche con quintali di repellente (specialmente il secondo giorno).
In compenso la mia prima meta solitaria è diventata un’avventura in compagnia di due coppie di Rio, che non parlano inglese ovviamente perciò via di portoghese! Il primo giorno è stata molto dura, non riuscivo a rispondere tanto più che sì no bene che bello … Poi però è andata. E destino volle che tornavano a Rio lo stesso giorno che ci andavo io. Perciò via di passaggio ed evitiamo tre bus.
Rio de Janeiro. Rende proprio onore al suo nome devo dire: quando piove le strade diventano un rio e si può nuotare giusto fuori casa. Ma a parte questo ho avuto fortuna nella sfortuna meteorologica. Il primo giorno l’ho passato ancora con una delle ragazze conosciute a Ibitipoca e nonostante la pioggia quando siamo arrivate su al Cristo e la quasi non vista abbiamo passato una bella giornata poi al giardino botanico (con scimmie e tucani!), tramonto alla Lagoa e guarda un po’… ennesimo açai. Secondo giorno: in centro (con le mille precauzioni prese su consiglio della mia guida personale il giorno precedente quindi principalmente assolutamente no telefono e no avenida del presidente vargas che è quella dove avvengono la maggior parte dei furti), giro per i negozietti, tappa alla pasticceria più vecchia della città (confeitaria Colombo, ma che buona?!). Poi tram per Santa Teresa e attesa al coperto proprio durante il temporale tempesta che ha imperversato su Rio per una quarantina di minuti, conosciuto un italiano (ovvio, no?) che mi ha detto dopo aver scoperto che parlo italiano che non ho per nulla un accento italiano in portoghese (nemmeno lui, ma vive qua da 7 anni). Non ci poteva mancare il filosofo gentiluomo romantico a cui ho chiesto informazioni e con un baciamano mi ha detto “il Brasile non è terrorista, è amore!”. Ho ricevuto anche le mie informazioni comunque. La mia avventura nella pericolosa e pacifica Rio è finita con una colazione in compagnia di un’amica e un giro alla fiera di são cristovão dove non ho provato il cibo nordestino per cui è famosa perché ero troppo piena dalla buonissima e tarda colazione al parco lage, ma ho fatto diecimila giri a zig zag per poi tornare al mio letto distrutta..