Piovono kiwi a pecorelle

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La lotta per i diritti e la falsa celebrazione – Giornata internazionale della donna

Ieri era la giornata internazionale della donna. Per me almeno, in Europa è ancora l’8 marzo. Molti la chiamano la festa della donna, o delle donne, ma io preferisco rimanere sulla giornata della donna. Perché non è una festa per celebrare la donna, non è il giorno all’anno in cui si è carini con noi e ci si regala fiori e non so che cosa. Negli anni ne ho viste e sentite di tutte, ma raramente qualcuno attorno a me mi ha detto, o accennato il vero significato di questo 8 marzo.

La giornata internazionale della donna non è per festeggiare, ma per ricordarci l’ineguaglianza. È nata in un tempo in cui le donne stavano lottando per i loro diritti, il diritto di votare, il diritto di studiare, il diritto di lavorare. È il 2018, possiamo votare, studiare, lavorare. Ma non dappertutto.

Ci sono paesi dove le donne ancora non possono fare queste cose, non possono nemmeno guidare una macchina. Paesi in cui le donne sono relegate a casa a crescere i figli mentre gli uomini vanno a lavorare, paesi in cui se non c’è (più) un uomo a sostenerle finanziariamente, queste donne sono rovinate e per non vedersi i figli morire sotto gli occhi finiscono per venderli con la speranza di offrir loro un futuro.

E che dire del mondo occidentale e civilizzato? Le donne ancora guadagnano in media il 20% in meno degli uomini a fare lo stesso lavoro. L’idea che famiglia e lavoro non coincidono, ancora è molto, troppo forte. L’idea che gli uomini possono occuparsi della famiglia anche loro, è così raro sentirla.

È il 2018. La metà della popolazione mondiale deve lottare giornalmente per avere i propri diritti riconosciuti, per non essere vista come inferiore all’altra metà, per poter scegliere dove mettere le proprie priorità nella propria vita (e sottolineo propria). Troppe ragazze e donne devono lottare per poter andare a scuola o studiare, poter lavorare invece di avere famiglia, o poter lavorare quando hanno famiglia. Metà della popolazione deve lottare mondialmente e vivere per una settimana al mese nell’imbarazzo e nel dolore di un tabù mondiale come le mestruazioni. METÀ della popolazione, per un totale di due o tre mesi all’anno. Imbarazzo, vergogna, dolore. E le donne in povertà non possono neppure permettersi soluzioni igieniche.

Quindi oggi voglio dire grazie a quelle donne forti e quegli uomini coraggiosi che mi hanno mostrato come il mondo dovrebbe essere, e cosa dovrebbe essere normalità. Grazie a quelle donne come mia madre che mi hanno insegnato a essere forte e a riconoscere i miei diritti come persona e a lottare per essi, per me e per gli altri. Grazie a quegli uomini come mio padre che mi hanno mostrato che prendersi cura di una donna non è fare tutto al loro posto ma condividere gli sforzi e le lotte della vita. Grazie a quegli uomini come mio cognato che quando è arrivata la prima figlia ha lasciato la scelta a mia sorella se restare a casa o lavorare entrambi part time. Grazie a quelle donne come mia sorella che hanno consciamente scelto di essere semplicemente mamme per un po’ prima di ricominciare a lavorare a tempo parziale, perché vogliono. Grazie a quelle donne forti come una mia amica che non si è lasciata fermare e allo stesso tempo era neo mamma, studente e lavoratrice, e di nuovo incinta ha finito l’università con un premio. E be’, grazie a quegli uomini come suo marito che sostengono queste donne e non ne hanno paura. Grazie a tutte le donne forti che esprimono le loro emozioni e non se ne vergognano, grazie a tutti gli uomini che sono abbastanza coraggiosi da fare altrettanto. Grazie a quelle amiche così forti che nonostante tutte le batoste ricevute ancora si rialzano, ridono e credono che il mondo possa cambiare e accettarle e riconoscerle con i loro sogni. Grazie al mio ragazzo per non mostrare né pretendere alcuna differenza tra noi, i nostri sogni, il lavoro o la vita quotidiana. Grazie per mostrare a me a tanti altri che non solo è possibile, ma pure reale.

Le donne non sono migliori degli uomini. Ma nemmeno inferiori. Quindi smettiamola di celebrare la donna, ricordiamoci piuttosto tutti quanti che la donna sta lottando ancora oggi per i suoi diritti, e facciamo qualcosa. È il 2018, ci riteniamo un mondo civilizzato.

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I bambini che ti salvano la giornata

Passi ore, giorni, mesi a disperarti per quanta plastica ci sia in giro. Per tutti i sacchetti di plastica che cercano di rifilarti al supermercato, e per tutti quelli che la gente semplicemente accetta (e butta via). Ti disperi a guardare le strade pulite, e tutti i rifiuti fuori strada come quell’immagine di chi pulisce la stanza piantando tutto sotto il tappeto o letto per un apparente pulizia.

Poi a lavoro una bimba di sette anni viene da te, e ti chiede se dopo merenda per favore può avere un sacchetto per raccogliere i rifiuti dal parcogiochi. L’ha già fatto, ti rassicura. Ti salva la giornata, e pensi che allora le speranze ci sono ancora. Anche se, in realtà, ti ha chiesto un sacchetto di plastica. Ma come puoi lamentarti a questo punto?

Altro giorno, altra bambina di otto anni, al parcogiochi. L’altalena le ha dato un pizzicotto. Mi pare giusto chiederle se l’altalena sia viva, e in questo caso quale sia il suo nome (altalena), e quale il suo genere (in inglese è “it”, non ha un genere). La risposta ovvia: è un transgender. Ma non senti malizia, e allora non puoi fare a meno che ridere. E si passa ad altri discorsi. Nuova generazione.


Educazione

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Una delle cose interessanti da scoprire in un paese straniero, è il funzionamento della scuola obbligatoria. La Nuova Zelanda ha per tradizione le uniformi scolastiche, e scuole (specialmente i licei privati) separati per sole ragazze o soli ragazzi. Sono finita a lavorare in un doposcuola di una scuola elementare pubblica, mista e senza uniformi. Come la conosciamo noi insomma. No, in realtà no. In Nuova Zelanda i bambini entrano a scuola il giorno che compiono 5 anni, per questo motivo la classe d’entrata, in certe scuole chiamata anno 0 (zero), è molto più malleabile. Un misto tra asilo e scuola. Inoltre, le scuole hanno cominciato a introdurre un sistema a case, più che a classi. I bambini, suddivisi per età possono passare da una classe all’altra all’interno della propria casa (solitamente tre classi, ognuna con il proprio spazio ma senza separazione fisica tra una e l’altra), per permettere a ognuno di restare nelle proprie capacità e interessi. Le attività speciali come ginnastica vengono eseguite per casa e non per classe. La doppia cultura inglese e maori viene integrata, offrendo lezioni di Te reo maori (lingua maori) solitamente a tutti i bambini, e in certe scuole offrendo lezioni completamente in lingua maori per i bambini di provenienza famigliare maori. L’offerta culturale maori non finisce qui. Lezioni di canto (con un misto di bambini di tutte le case) e lezioni di cultura quali danza e lotta (più per i maschietti), sono uno spettacolo che vedo settimanalmente quando vado a lavoro. Quello che mi colpisce anche è la partecipazione di tutti i bambini nel canto (maori o non maori): passione. Tutti i bambini sono entusiasti, o perlomeno cantano. Da noi nelle scuole è sempre uno spettacolo penoso, tutti imbarazzati e vergognosi, quasi come se la musica e il canto siano solo qualcosa per perdenti.

Ovvio, i bambini sono adorabili e disperati come ovunque. Ma in generale seguono la cultura aperta e appassionata, abituati a scegliere, a condividere e a non frenare la passione. D’altronde in questo paese crescono limoni sui pali della luce.