Piovono kiwi a pecorelle

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I bambini che ti salvano la giornata

Passi ore, giorni, mesi a disperarti per quanta plastica ci sia in giro. Per tutti i sacchetti di plastica che cercano di rifilarti al supermercato, e per tutti quelli che la gente semplicemente accetta (e butta via). Ti disperi a guardare le strade pulite, e tutti i rifiuti fuori strada come quell’immagine di chi pulisce la stanza piantando tutto sotto il tappeto o letto per un apparente pulizia.

Poi a lavoro una bimba di sette anni viene da te, e ti chiede se dopo merenda per favore può avere un sacchetto per raccogliere i rifiuti dal parcogiochi. L’ha già fatto, ti rassicura. Ti salva la giornata, e pensi che allora le speranze ci sono ancora. Anche se, in realtà, ti ha chiesto un sacchetto di plastica. Ma come puoi lamentarti a questo punto?

Altro giorno, altra bambina di otto anni, al parcogiochi. L’altalena le ha dato un pizzicotto. Mi pare giusto chiederle se l’altalena sia viva, e in questo caso quale sia il suo nome (altalena), e quale il suo genere (in inglese è “it”, non ha un genere). La risposta ovvia: è un transgender. Ma non senti malizia, e allora non puoi fare a meno che ridere. E si passa ad altri discorsi. Nuova generazione.

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Educazione

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Una delle cose interessanti da scoprire in un paese straniero, è il funzionamento della scuola obbligatoria. La Nuova Zelanda ha per tradizione le uniformi scolastiche, e scuole (specialmente i licei privati) separati per sole ragazze o soli ragazzi. Sono finita a lavorare in un doposcuola di una scuola elementare pubblica, mista e senza uniformi. Come la conosciamo noi insomma. No, in realtà no. In Nuova Zelanda i bambini entrano a scuola il giorno che compiono 5 anni, per questo motivo la classe d’entrata, in certe scuole chiamata anno 0 (zero), è molto più malleabile. Un misto tra asilo e scuola. Inoltre, le scuole hanno cominciato a introdurre un sistema a case, più che a classi. I bambini, suddivisi per età possono passare da una classe all’altra all’interno della propria casa (solitamente tre classi, ognuna con il proprio spazio ma senza separazione fisica tra una e l’altra), per permettere a ognuno di restare nelle proprie capacità e interessi. Le attività speciali come ginnastica vengono eseguite per casa e non per classe. La doppia cultura inglese e maori viene integrata, offrendo lezioni di Te reo maori (lingua maori) solitamente a tutti i bambini, e in certe scuole offrendo lezioni completamente in lingua maori per i bambini di provenienza famigliare maori. L’offerta culturale maori non finisce qui. Lezioni di canto (con un misto di bambini di tutte le case) e lezioni di cultura quali danza e lotta (più per i maschietti), sono uno spettacolo che vedo settimanalmente quando vado a lavoro. Quello che mi colpisce anche è la partecipazione di tutti i bambini nel canto (maori o non maori): passione. Tutti i bambini sono entusiasti, o perlomeno cantano. Da noi nelle scuole è sempre uno spettacolo penoso, tutti imbarazzati e vergognosi, quasi come se la musica e il canto siano solo qualcosa per perdenti.

Ovvio, i bambini sono adorabili e disperati come ovunque. Ma in generale seguono la cultura aperta e appassionata, abituati a scegliere, a condividere e a non frenare la passione. D’altronde in questo paese crescono limoni sui pali della luce.