Piovono kiwi a pecorelle

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Alptransit, la sicurezza e l’organizzazione svizzera

Ho l’onore e anche un po’ l’orgoglio di far parte di un progetto importante. Sia chiaro, ci sono finita dentro per caso e mica sapevo cosa mi aspettasse. Nessuno di noi sapeva cosa ci aspettasse, credo. Quando il coro polifonico Goccia di Voci ha ricevuto l’invito a partecipare allo spettacolo di inaugurazione dell’Alptransit, io ero ancora dall’altra parte del mondo per la Terra di Mezzo. Ma delle mail dall’oggetto anomalo hanno attirato la mia attenzione e ho chiesto di poter partecipare anch’io nonostante la mia assenza fino a pochi mesi prima. Detto fatto ero catapultata in questo nuovo tragicomico mondo.

Alptransit. I ticinesi sanno cos’è credo, gli italiani ne hanno probabilmente sentito parlare dal loro simpatico sciur Renzi che ha improvvisamente svelato al mondo che è tutta opera degli italiani, se gli svizzeri hanno costruito su territorio interamente svizzero e progettato da ingenieri credo anch’essi svizzeri la galleria ferroviaria più lunga al mondo che trapassa le Alpi da nord a sud (e da sud a nord, ovviamente). Eccerto. Si è dimenticato di specificare che l’ha costruita direttamente lui in persona. Avrebbe potuto farlo questo mercoledì alla festa di inaugurazione alla quale è stato invitato (forse è stato effettivamente l’invito a confonderlo), ma è sparito prima della cerimonia ufficiale con i discorsi.

Insomma Alptransit: quella galleria che ci hanno impiegato 17 anni a costruirla (più di metà della mia vita). Oggi 1. giugno c’è stata l’inaugurazione ufficiale a Pollegio ed Erstfeld. Noi siamo in ballo da un po’ con prove, non prove, canti, non canti, movimenti, non movimenti. Due volte ci hanno chiesto le misure. Ma tutte. A momenti anche del sopracciglio destro e della narice sinistra. Due volte certo: perché siamo svizzeri, non eravamo stati abbastanza precisi pare. E noi mica abbiamo ancora capito perché io, per esempio, mentre viaggiavo per la nuova Zelanda e l’India ho dovuto misurarmi testa, gambe, braccia, piedi, unghie, capelli e quant’altro. Ma siamo svizzeri, ci lamentiamo certo, ma non troppo. E poi il cibo e le nostre pause che non combaciano. La sicurezza che ieri ha chiuso tutto il sito per assicurare la zona e da domani se non siamo pronti per l’aeroporto non si possono più fare le prove. Speriamo solo che ci abbiano lasciato interi i costumi e non li abbiano sezionati nella loro ricerca di non si sa cosa. In definitiva questa organizzazione milionaria che ci fa disperare qua e là è quella che ha creato alptragik. Le parti oscure di un grande evento. Perché solo in Svizzera si è talmente pignoli che la disorganizzazione si crea dall’organizzare troppo.

Io però un po’ di orgoglio ce l’ho. Orgoglio nazionale e orgoglio artistico. Quello nazionale si smorza un po’ quando penso all’esito della votazione di febbraio mentre io ero in giro per il mondo. Una doppia galleria automobilistica proprio ora che è stato terminato questo progetto atto a spostare il traffico dalle strade (oltre che ad avvicinare nord e sud delle Alpi e della Svizzera), ecco questo proprio non lo capisco. Però speriamo che l’Alptransit serva comunque. Quello artistico è dato invece da questa esperienza fantastica, esasperante, distruttiva e completamente nuova e assurda che sto vivendo. Abbiamo praticamente dovuto rinunciare all’attività del coro, ai nostri canti, la nostra gioia, la nostra introspezione pure, per dare spazio al nostro corpo, al nostro respiro, alla nostra presenza fisica e con l’anima. Assieme a centinaia di altri artisti ci intrecciamo in una mezz’ora di performance che si è rivelata quasi nulla di conosciuto dal coro e anche qualcosa di assurdo, surreale, ogni tanto incomprensibile anche per noi che ne siamo parte. Mezz’ora di performance che ha continuato a modificarsi e chiederci flessibilità assoluta in ogni dettaglio grande o piccolo che sia.

L’Alptransit per me ormai non è più solo un grande progetto ferroviario e di ingenieria, ma un’esperienza di vita. Un’esperienza che mette alla prova le mie capacità ed esperienza inesistente in questo campo. Un’esperienza che mi prova che le Gocce formano sempre una Goccia di Voci unica, e questa è la nostra grande forza. Un’esperienza che mi ha portato a collaborare con docenti, allievi ed ex allievi della rinomata Dimitri (e con un cugino ormai artista con il quale non avevo quasi più contatti) che lavorano mille volte più di noi e non so come fanno ancora a stare in piedi.

Tra un po’ sarà finita e ne sarò felice, ma sono contenta dell’opportunità che ci è stata data e della fiducia riposta in noi. E mi mancherà sentire parlare italiano, tedesco, francese, inglese e spagnolo tutti insieme. Perché Pollegio è uno specchio della Svizzera: una piccola babele dove ci si capisce e non ci si capisce, con tante lingue e tante culture, e l’organizzazione che ne esce è quella che è. Soprattutto: non dimentichiamo la sicurezza, che siamo svizzeri. Alcuni di noi. E non dimentichiamo chi sul posto lavora diecimila volte tanto per rendere la vita più facile a tutti noi, perché dall’alto complicano tutto. Quindi grazie, perché non è facile neanche per loro.

Siamo andati in scena oggi. Ed è stata una grande emozione! C’era una gran energia positiva già prima dello spettacolo stamattina e la prima è stata una meraviglia. Tutti noi abbiamo visto, sentito, riconosciuto e acclamato l’impegno di tutte le parti coinvolte nello spettacolo. Concentrazione, presenza, energia. È finita in fretta e abbiamo festeggiato. Ma non prima che, neanche il tempo di rendermi conto che ce l’avessimo fatta, mi placassero con microfono e telecamera per una breve intervista con uno strano essere passato dietro a indicarmi con labiale “è mia cugina!”. Non ho potuto appurare la sua versione dei fatti essendo che non hanno mostrato l’intervista stasera (meglio che non so se io abbia detto qualcosa di sensato).

Ascoltando in seguito discorsi dei grandi boss svizzeri ed europei mi sono anche trovata molto onorata ed orgogliosa di questa piccola Svizzera. Devo ammettere che non mi succede troppo spesso, nonostante la gratitudine di vivere in un paese del genere. Ma i premier, presidenti e cancellieri dei cinque stati confinanti (Italia,  Austria,  Liechtenstein, Germania e Francia) riuniti tutti assieme in Ticino già è un fatto straordinario. Poi quando una Merkel definisce l’Alptransit il cuore di un’opera tecnica e ingenieristica di superlativi e un Hollande dice che la Francia (che vanta una galleria sotto la Manica) oggi si inchina alla Svizzera, be’ a questo punto ci si emoziona un po’ nel momento in cui la banda militare suona l’inno svizzero. Mai successo prima e probabilmente mai più.

Ci si dimentica di tutte le polemiche e i momenti di disperazione durante la preparazione di questo spettacolo per l’inaugurazione. E ci si porta dentro l’energia e l’emozione sperabilmente rinnovata sabato e domenica. Nella speranza, anche, che venga sfruttata al meglio per alleggerire le strade a facilitare i viaggi per il resto della Svizzera. Come speravano le persone che più di 20 anni fa hanno votato sì per la costruzione di questa infrastruttura con durata di costruzione 17 anni.

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Kiwians 14

I ciliegi sono ancora in fiore. Il sole picchia come non mai nonostante siano massimo 20 gradi. Il mare e l’oceano attirano i più e accolgono i più coraggiosi. Solo le cicale non so bene che stiano facendo… Nessuna idea di quando romperanno la quiete e invece dei solitari tui e kingfisher si sentirà il chiaro e implacabile sottofondo cicaleggiante.
L’estate si avvicina e con lei il natale. Dopo il compleanno in inverno il natale in estate sarà un’altra strana avventura. Il bus è appena passato sotto delle renne peluche giganti, in città ci sono tanti piccoli alberi sbrilluccicanti nei centri commerciali. Ricordo che l’anno scorso ci ho messo parecchio prima di sentire lo spirito natalizio. Quest’anno mi sa che con l’estate proprio non me ne capaciterò. Dicembre è quasi alle porte e con lui i miei esami dopodiché mi fionderò in un letargo estivo per qualche settimana cercando di dimenticare di essermi quasi vista tranciare i piedi da un fuoco che invece che verticalmente ha deciso di artificiare orizzontalmente qualche metro avanti ai nostri piedi. E il suo fratello che lo ha seguito poco dopo. Ma per il resto il mio guy fawkes è stata una bella esperienza. Molto kiwi… Dopo scuola fuori città per un paio d’ore a Piha, una delle più famose e pericolose spiagge della Nuova Zelanda, fantastico tramonto sul mare e poi tutti sul bussino di nuovo per un rientro in città che esplode tra i fuochi d’artificio. E i Kiwi sono talmente felici di festeggiare la democrazia che dopo il 5 di novembre non smettono di sparare fuochi a quanto pare fino a Natale. Perlomeno è parzialmente confermato dai fuochi che ogni tanto durante la settimana tra le 11 e mezzanotte ancora esplodono fuori casa mentre io cerco di dormire.

L’altro giorno mi è capitato di leggere sul blog di un’amica reporter un suo post sul viaggiare da soli. Mi ha fatto pensare parecchio sulla mia esperienza qui, sulle mie paure, le mie domande prima di partire, il mio sollievo una volta partita che ce l’avevo finalmente fatta, la mia felicità per tutte le cose nuove che stavo per vivere. Non è ovvio decidere di prendere e partire per l’ignoto da soli, ma poi diventa una dipendenza. Sono stata sempre una persona piuttosto solitaria e indipendente, ho avuto le mie esperienze, ma avevo sempre qualcuno a cui appoggiarmi o qualcuno che mi aspettava dopo dieci o quindici ore di viaggio. Questa volta sono finita dall’altra parte del mondo e tutte le persone a cui solevo appoggiarmi sono disponibili solo via etere. Ho avuto la fortuna di finire in una famiglia fantastica, locale, accogliente, entusiasta, curiosa, supportiva che mi ha permesso di aprirmi all’ignoto anche al di fuori ed esplorare a mio piacimento questo nuovo mondo. Mi sono creata una cerchia di amicizie e persone significative, continuamente in partenza. Sono poche le persone che restano relativamente a lungo. E poi quattro settimane a spasso da sola, viaggiare, scoprire, conoscere… Non avere nessuno con cui spartire le decisioni, poter scegliere dove andare, quando, per quanto, come.. Sono state settimane intense che mi hanno mostrato i miei limiti e le mie possibilità ancora più di quanto tutta questa esperienza a testa in giù sta facendo. Ripensare al mio arrivo ad Auckland dieci mesi fa devo dire che mi fa strano. Ieri… Eppure è un vago ricordo datato secoli fa. E la mia memoria è pure alquanto confusa con tutte le persone che sono entrate a far parte della mia vita per poi sparire a tempo indeterminato per svariate case sparse per il mondo. Non è facile, non è facile per niente. Dire addio a qualcuno resta difficile anche se è la ventesima persona in qualche mese. E alcuni addii sono più difficili di altri. Anche a sapere che sono arrivederci. Un giorno arriverà il mio turno, tra due mesi e poco più a dire il vero. Strana sensazione. Qualche settimana fa ho letto un testo sui reporter di viaggio e di quanto utopici siano i primi testi di un nuovo viaggiatore. Credo non smetterò mai di essere in quella condizione. Dopo dieci mesi con base operativa nello stesso luogo mi sento a casa e sempre in viaggio. Sempre più mi sfiora il pensiero che potrei restare qui. Ma quell’Europa di cui sempre più mi vergogno ha pur sempre alcune ragioni che mi fanno restare sulla mia decisione presa mesi fa.

L’Europa.. Un continente che sta coltivando paura. E da questa non deriva nulla di buono, questo è certo. Situazione di emergenza o meno l’Europa dovrebbe aprirsi, accogliere e integrare. È l’unico modo per fronteggiare la situazione, l’unico modo per evitare che la situazione degeneri. Ho sempre avuto la sensazione che il mio paese sia chiuso e che il razzismo stia crescendo, a causa di problemi effettivi ma soprattutto grazie a propaganda xenofoba. Da quando sono qua ne ho la conferma: non sento più di essere giudicata per il mio mero esistere. Tutta l’attenzione è sul vecchio continente, Parigi, l’esodo, … Chi è che parla di Beirut? Chi è che parla della Siria? Chi è che parla di tutti quei paesi che nemmeno io so cosa stia succedendo? La Francia è sulla bocca di tutti, sul facebook di tutti. È bellissimo vedere la gente dimostrare il proprio supporto quando succede qualcosa di tragico. Un po’ meno bello è vedere la selettività con cui questo supporto è dato. Ma tralasciando questo discorso eurocentrico. È abbastanza rivoltante vedere gente postare video riguardanti l’esodo siriano verso l’Europa e la Germania che mostrano un invasione e violenza. Non sono così impreparata da dire che non è assolutamente vero. Ma c’è da sottolineare che tra milioni di persone in fuga necessariamente c’è una parte violenta, come dappertutto. E se l’Europa non cercasse di respingerli la disperazione di queste persone in esilio rimarrebbe più contenuta. Ricordo soltanto che lo scorso secolo l’esodo è partito da Germania e Italia. E le reazioni in America sono state le stesse, le condizioni pure. Cerchiamo di fare un po’ meglio di così. .
Detto questo, sono dieci mesi che non sono in Europa. Quindi ascoltatemi o meno. Aggiornatemi e correggetemi. La mia paura ora è di tornare in Svizzera e con tutto questo caos.. Non accorgermi assolutamente di nulla. Ho letto un commento interessante: chi non accetta i rifugiati si sta semplicemente arrendendo al terrorismo. La neutralità a mio parere qui non ha spazio.