Piovono kiwi a pecorelle

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Kiwians 14

I ciliegi sono ancora in fiore. Il sole picchia come non mai nonostante siano massimo 20 gradi. Il mare e l’oceano attirano i più e accolgono i più coraggiosi. Solo le cicale non so bene che stiano facendo… Nessuna idea di quando romperanno la quiete e invece dei solitari tui e kingfisher si sentirà il chiaro e implacabile sottofondo cicaleggiante.
L’estate si avvicina e con lei il natale. Dopo il compleanno in inverno il natale in estate sarà un’altra strana avventura. Il bus è appena passato sotto delle renne peluche giganti, in città ci sono tanti piccoli alberi sbrilluccicanti nei centri commerciali. Ricordo che l’anno scorso ci ho messo parecchio prima di sentire lo spirito natalizio. Quest’anno mi sa che con l’estate proprio non me ne capaciterò. Dicembre è quasi alle porte e con lui i miei esami dopodiché mi fionderò in un letargo estivo per qualche settimana cercando di dimenticare di essermi quasi vista tranciare i piedi da un fuoco che invece che verticalmente ha deciso di artificiare orizzontalmente qualche metro avanti ai nostri piedi. E il suo fratello che lo ha seguito poco dopo. Ma per il resto il mio guy fawkes è stata una bella esperienza. Molto kiwi… Dopo scuola fuori città per un paio d’ore a Piha, una delle più famose e pericolose spiagge della Nuova Zelanda, fantastico tramonto sul mare e poi tutti sul bussino di nuovo per un rientro in città che esplode tra i fuochi d’artificio. E i Kiwi sono talmente felici di festeggiare la democrazia che dopo il 5 di novembre non smettono di sparare fuochi a quanto pare fino a Natale. Perlomeno è parzialmente confermato dai fuochi che ogni tanto durante la settimana tra le 11 e mezzanotte ancora esplodono fuori casa mentre io cerco di dormire.

L’altro giorno mi è capitato di leggere sul blog di un’amica reporter un suo post sul viaggiare da soli. Mi ha fatto pensare parecchio sulla mia esperienza qui, sulle mie paure, le mie domande prima di partire, il mio sollievo una volta partita che ce l’avevo finalmente fatta, la mia felicità per tutte le cose nuove che stavo per vivere. Non è ovvio decidere di prendere e partire per l’ignoto da soli, ma poi diventa una dipendenza. Sono stata sempre una persona piuttosto solitaria e indipendente, ho avuto le mie esperienze, ma avevo sempre qualcuno a cui appoggiarmi o qualcuno che mi aspettava dopo dieci o quindici ore di viaggio. Questa volta sono finita dall’altra parte del mondo e tutte le persone a cui solevo appoggiarmi sono disponibili solo via etere. Ho avuto la fortuna di finire in una famiglia fantastica, locale, accogliente, entusiasta, curiosa, supportiva che mi ha permesso di aprirmi all’ignoto anche al di fuori ed esplorare a mio piacimento questo nuovo mondo. Mi sono creata una cerchia di amicizie e persone significative, continuamente in partenza. Sono poche le persone che restano relativamente a lungo. E poi quattro settimane a spasso da sola, viaggiare, scoprire, conoscere… Non avere nessuno con cui spartire le decisioni, poter scegliere dove andare, quando, per quanto, come.. Sono state settimane intense che mi hanno mostrato i miei limiti e le mie possibilità ancora più di quanto tutta questa esperienza a testa in giù sta facendo. Ripensare al mio arrivo ad Auckland dieci mesi fa devo dire che mi fa strano. Ieri… Eppure è un vago ricordo datato secoli fa. E la mia memoria è pure alquanto confusa con tutte le persone che sono entrate a far parte della mia vita per poi sparire a tempo indeterminato per svariate case sparse per il mondo. Non è facile, non è facile per niente. Dire addio a qualcuno resta difficile anche se è la ventesima persona in qualche mese. E alcuni addii sono più difficili di altri. Anche a sapere che sono arrivederci. Un giorno arriverà il mio turno, tra due mesi e poco più a dire il vero. Strana sensazione. Qualche settimana fa ho letto un testo sui reporter di viaggio e di quanto utopici siano i primi testi di un nuovo viaggiatore. Credo non smetterò mai di essere in quella condizione. Dopo dieci mesi con base operativa nello stesso luogo mi sento a casa e sempre in viaggio. Sempre più mi sfiora il pensiero che potrei restare qui. Ma quell’Europa di cui sempre più mi vergogno ha pur sempre alcune ragioni che mi fanno restare sulla mia decisione presa mesi fa.

L’Europa.. Un continente che sta coltivando paura. E da questa non deriva nulla di buono, questo è certo. Situazione di emergenza o meno l’Europa dovrebbe aprirsi, accogliere e integrare. È l’unico modo per fronteggiare la situazione, l’unico modo per evitare che la situazione degeneri. Ho sempre avuto la sensazione che il mio paese sia chiuso e che il razzismo stia crescendo, a causa di problemi effettivi ma soprattutto grazie a propaganda xenofoba. Da quando sono qua ne ho la conferma: non sento più di essere giudicata per il mio mero esistere. Tutta l’attenzione è sul vecchio continente, Parigi, l’esodo, … Chi è che parla di Beirut? Chi è che parla della Siria? Chi è che parla di tutti quei paesi che nemmeno io so cosa stia succedendo? La Francia è sulla bocca di tutti, sul facebook di tutti. È bellissimo vedere la gente dimostrare il proprio supporto quando succede qualcosa di tragico. Un po’ meno bello è vedere la selettività con cui questo supporto è dato. Ma tralasciando questo discorso eurocentrico. È abbastanza rivoltante vedere gente postare video riguardanti l’esodo siriano verso l’Europa e la Germania che mostrano un invasione e violenza. Non sono così impreparata da dire che non è assolutamente vero. Ma c’è da sottolineare che tra milioni di persone in fuga necessariamente c’è una parte violenta, come dappertutto. E se l’Europa non cercasse di respingerli la disperazione di queste persone in esilio rimarrebbe più contenuta. Ricordo soltanto che lo scorso secolo l’esodo è partito da Germania e Italia. E le reazioni in America sono state le stesse, le condizioni pure. Cerchiamo di fare un po’ meglio di così. .
Detto questo, sono dieci mesi che non sono in Europa. Quindi ascoltatemi o meno. Aggiornatemi e correggetemi. La mia paura ora è di tornare in Svizzera e con tutto questo caos.. Non accorgermi assolutamente di nulla. Ho letto un commento interessante: chi non accetta i rifugiati si sta semplicemente arrendendo al terrorismo. La neutralità a mio parere qui non ha spazio.

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Kiwians 13 – di bandiere e rugby

Heya!

Quando è l’ultima volta che avete scelto la vostra bandiera nazionale? Ve lo ricordate? Oserei dire che la risposta è per tutti no. In Nuova Zelanda invece è una questione attualissima. Hanno fatto un concorso per una nuova bandiera. Hanno ridotto da 10’000 a 40 effettivamente legalmente e razionalmente possibili, poi a 4 papabili. E riaggiunta una su pressione della popolazione. A novembre vanno a votare. Ma non è finita lì.. Una volta scelta la nuova bandiera andranno a votare nuovamente nei primi mesi dell’anno prossimo: per decidere se cambiarla o meno. Un processo lungo, complicato e costoso. La gente si lamenta: 26 mio di dollari per una bandiera. Si potrebbero spendere altrimenti. E dò loro pienamente ragione. Forse pure spesi inutilmente, nel caso (probabile per alcuni) in cui la seconda votazione decida per non cambiarla. Ma un motivo per tutto questo c’è. Non si tratta solo di distanziarsi dal Regno Unito, anche se è uno dei motivi, visto l’union jack nella bandiera neozelandese. Ma ammettiamolo, quanti di voi sanno come è fatta la bandiera della Nuova Zelanda? O quanti di voi lo sapevano prima di cominciare a leggere i miei diari di viaggio e forse andare a ricercarla? Scommetto che il numero è vicino allo zero. E se qualcuno alza la mano là fuori allora sono convinta che è per via di un soggiorno tra i kiwi. La bandiera nazionale è solitamente un simbolo identitario e di riconoscimento. Bene… Se i kiwi si riferiscono alla bandiera neozelandese riferendosi in realtà al silver fern, ovvero alla bandiera nera con la felce argentata che è prima di tutto simbolo degli All Blacks, orgoglio nazionale, allora c’è qualcosa che già non quadra. Proprio ieri il mio hostfather mi ha chiesto se avessi notato tutte le bandiere neozelandesi sventolare sulle macchine. Ma di bandiere nazionali nemmeno l’ombra. La gente sceglie il simbolo, non il vessillo ufficiale. In aggiunta non so chi e non mi interessa tanto saperlo è andato in giro per il mondo con la bandiera di queste due isolette e ha chiesto alla gente per strada di che nazione fosse. Nessuno ha avuto dubbi al riguardo, ovviamente è l’Australia! Non una persona ha nominato la Nuova Zelanda..

E ora i Kiwi sono già pronti per bene per supportare i propri famelici eroi All Blacks lottare per la coppa contro gli (amati) odiati fratelloni Wallabies. I pub sono tutti prenotati, gli amici si organizzano, la nazione è pronta: alle 5 di mattina di domani Auckland sarà più viva che mai. E prevedo un caos totale, sia che vincano, sia che perdano. Perché è l’Australia. È assolutamente da battere! Rugby forever. A questo proposito… il mio maestro ci ha fatto notare che per i Kiwi che crescono con la cultura machista del rugby, il calcio è qualcosa di completamente errato: è come vedere degli uomini piagnucolare tutto il tempo per essere caduti sull’erba. Ma la felce argentata è in lizza per la seconda coppa mondiale in fila. Teniamogli i pugni!

E nel frattempo dopo questo freddo inverno io mi godo la primavera, sperando che si stabilizzi e aspettando l’estate con le sue cicale. Primo bagno nell’oceano della stagione, fatto. Visita al luogo definito principio della nazione, fatta. Viaggio di quattro giorni nel northland con un sacco di svizzeri, fatto. Studiare tanto e avere lavoro in arretrato, fatto. Ora mi organizzo un po’, che è meglio. Alla prossima, non si sa quando, non si sa come, non si sa perché.

See ya :)


Kiwians 12

Settembre… l’estate finisce e l’autunno si avvicina. La scuola ricomincia e tutti sono più presi. Solitamente. Non so bene cosa stia succedendo a casa. Ognuno nel suo piccolo tran tran immagino. La mia scricciola oggi comincia scuola. Primo giorno. Quanto in fretta passa il tempo…e io sono dall’altra parte del mondo. Ancora. Lontana, troppo lontana.

Primo giorno di primavera qui, arrivato con il diluvio e strade bloccate per la troppa acqua. Ora c’è il sole ovviamente, come al solito il cielo di Auckland si diverte a prenderci in giro. Così è la vita, e credo di non essere mai stata così grata alla vita di quanto lo sia da quando sono partita. Mi ha dato gioia, lacrime, amore, frustrazioni, affetto, emozioni, adrenalina, rispetto, sfide e mi ha mostrato la bellezza. E non ha smesso. Dubito smetterà.

Non vedo l’ora di ritrovarmi a casa, ma non voglio andarmene da qui. Non voglio tornare in Europa, non in quel luogo in crisi e pieno di problemi, chiuso. Ma c’è casa mia. Ed è casa che mi dà la forza di vivere e apprezzare ogni momento qui. Non so cosa sarà di me, cosa combinerò quando sarò di ritorno, quanto difficile sarà (perché lo sarà e ne sono maledettamente spaventata). Ma so che casa mi sta aspettando, e spero lo farà ancora per qualche mese.

Chiuso un capitolo lavorativo, mi aspettano tre mesi di studio adesso, prima di lavorare ancora e prendermi cura della mia piccola kiwi. Poi sarà già natale. La mia squoiattola verrà per una rimpatriata. Poi finalmente condividerò un pezzo di questo viaggio con la mia famiglia. Dopodiché addio e arrivederci, in viaggio verso casa, forse in uno o due mesi.

Ogni tanto vorrei solo essere come Eddie e Oli… spaparanzati da qualche parte, saltare in giro, sfidare i bipedi coinquilini ed essere viziati. Ma non so se loro vivano quel pieno di vita che sto sperimentando io. Grata. Nostalgica. Viva.


Kiwians 11

25/06 – Qui imperversa forse il primo temporale da quando sono in Nuova Zelanda. Seduta comodamente (o quasi) sul letto con doppio sottofondo del nuovo album dei Mumford e della tempesta fuori casa con pioggia, vento e tuoni penso tranquillamente a questa città che ormai amo. Tranquillamente finché una bambina di cinque anni non viene a dirmi che tra cinque minuti si mangia (e guai a contraddirla sui cinque minuti, non è pronto ora, FRA CINQUE MINUTI!). Ma torniamo a me, e Auckland. Non sono mai stata una ragazza di città: cresciuta in campagna, mi affascinano le città, ma l’idea di viverci per davvero non mi è mai piaciuta. Ora sono qui, dopo essere passata per la metropoli di Tokyo, da quattro mesi (quasi cinque) stazionata ad Auckland, la più grande abitata e trafficata città della Nuova Zelanda. È una città di cui mi sono innamorata subito: è talmente verde che non sembra quasi di essere in una città. Amo passeggiare per i parchi interminabili, amo passeggiare per le strade e sentirmi sicura, nonostante la strana e inquietante gente che ogni tanto incontro. Amo anche uscire la sera e passeggiare per Queen Street (la via principale del centro) per raggiungere gli amici o per tornare a casa e sentirla un po’ mia. Ma non sopporto la visione di tutti i senza tetto in fila lungo gli edifici per terra a dormire o chiedere l’elemosina, la maggiorparte di loro che se ne stanno lì per tutto il giorno. Durante il giorno diversi artisti di strada (in minima parte alcuni dei senzatetto, perlopiù diversi viaggiatori e altri ormai visione quotidiana) allietano la passeggiata lungo la strada della Regina. Amo pure questo tempo ormai, incerto, pieno di sorprese, il sole c’è sempre almeno per un po’, la pioggia in realtà anche. In questi cinque mesi ho visto credo più arcobaleni che in tutta la mia vita, e spettacolari: sicuramente gli arcobaleni più meravigliosi che abbia mai visto. Se l’arcobaleno è segno della promessa di Dio.. la Nuova Zelanda è quindi la terra promessa? Solo il vento gelido mi fa pensare che non sia così, e sentirmi dire che non era così freddo da più o meno quarant’anni. O che perlomeno si sono registrate le temperature più fredde mai registrate nell’isola sud. Fortunatamente sono completamente al nord, perché stare a -20 gradi non è proprio il mio sogno… sto congelando abbastanza in questi 2-3 gradi! E sì che dovrei essere abituata a queste temperature.

9/07 – Ebbene sì. Oggi ho tirato fuori anche il riscaldamento dall’armadio in camera mia e l’ho acceso per scongelare la mia stanza. E me stessa. Una delle cose che assolutamente mi mancano della Svizzera? Il riscaldamento centralizzato e le case con buona isolazione! A dover stare con la giacca all’interno non aiuta certo a combattere il freddo. Per due settimane erano tornate temperature più che abbordabili, ora è tornato il gelo.

11/08 – Non ci credo. Ha nevicato ad Auckland, da qualche parte. E io ero sotto la pioggia a congelare. Stamattina c’è un sole che acceca e io mi sto ghiacciando alla fermata del bus dopo essere passata dal mio chilometro di giardini curati, ma selvatici. Rispecchia un po’ il carattere generale dei Kiwi: curati nel fare le cose, responsabili e attenti, ma allo stesso tempo legati alla natura, al naturale, alla curiosità e semplicità. Un po’ selvatici. In senso buono.

Qui il tempo meteorologico fa sempre i capricci. Un giorno sono 15 gradi, l’altro sono 2. Un minuto c’è il sole immerso in un cielo azzurro che più non si può e quello dopo c’è il diluvio universale. O grandina, come l’altro giorno. Fortunatamente ad Auckland il tempo è di carattere mite. Niente cicloni, niente strade (e villaggi) bloccati per la troppa neve, niente allagamenti che mettono ko una capitale per qualche giorno, niente terremoti, … I vulcani dormono. E la gente la mattina si alza, prende la macchina, il bus o il treno mezza addormentata ben sapendo che la giornata è una grande incognita.

Razzismo? Ancora non ne ho visto. Chiunque venga in possesso di un passaporto neozelandese è considerato Kiwi. Pregiudizi ce ne sono, preferenze pure. I securini ogni tanto se le inventano di sana pianta per non farti entrare. Ma alla notizia che la popolazione neozelandese tra non so quanti anni sarà di maggioranza asiatica i kiwi di tutta risposta hanno detto “oh, ok”. Eppure è un’isola. Da noi il Nano sarebbe resuscitato e avrebbe cominciato una nuova campagna razzista. Che avrebbe probabilmente fatto successo. Sarà che hanno un grande controllo su chi (e cosa) entra, ma poi una volta entrato sei più che benvenuto.

Le cose non sono perfette qui, hanno i loro difetti, sono occidentali pure loro perlopiù. Ma le cose funzionano diversamente. Pure il tempo. In Europa ci si squaglia, qui si congela mentre camelie e magnolie sono in fiore in pieno inverno. Forse anche perché di stagioni qui ce ne sono due: 5-7 mesi di estate e 5-7 mesi d’inverno. Con la speranza ogni volta che il sette ricada sulla prima stagione. Pure io funziono diversamente qui. Le mie compagne di scuola non credono che io fossi non solo timida, ma pure chiusa e muta. I don’t believe it! Quante volte me l’hanno ripetuto aspettandosi una mia smentita non me lo ricordo. Ma la smentita ovviamente non è arrivata. E io continuo a saltellare allegramente e sorridere e ridere.

Auckland.. Tra una settimana sono sette mesi che vivo in questa città. Che la percorro, che ci studio, che ne scappo, che ci ritorno felice, che ci faccio festa, che mi vede fare nuove conoscenze e ritrovarne di vecchie, che mi fa innamorare e disilludere. Amo Auckland. Non sono mai stata una ragazza di città. La campagna è il mio habitat. Eppure qui mi sento a casa. Sarà che è una nuova esperienza, sarà che è così verde, sarà la gente, sarà che mi ha cambiata. Innamorata di questa città. Nonostante le complicazioni talvolta, nonostante il traffico, nonostante la strada della regina sia casa di molte persone che ne abitano i marciapiedi giorno e notte. Alcuni artisti, altri senzatetto passivi. Nonostante per andare da qualsiasi parte la sera se non hai un documento valido (per loro) non entri nemmeno in un pub. Talvolta. Tutti si lamentano della pioggia. Io apprezzo il sole cinque minuti dopo. E ringrazio il cielo che non è un tipico inverno da pioggia 24ore. È freddo. Nonostante le temperature simili al nostro inverno ho freddo. L’aria di mare mi frega, il vento, l’umidità, non so cos’altro. Nella mia fuga nelle alpi a -1 grado ci stavo a meraviglia. Qui tra 5-10 gradi mi sento un ghiacciolo. Ma non potrei essere più felice di avere scelto questo paese e questa città.

17/08 – Da qui sono potuta scappare verso mete impressionanti e spettacolari. Come la mia ultima fuga verso Sud in cui mi sono ritrovata sotto il fantastico cielo notturno di Lake Tekapo, o nella pace delle valli e delle montagne attorno al magnifico Mount Cook. Ma pure una divertente sciata in compagnia a Mt Ruapehu nel Tongariro National Park rientra nelle mie fughe. E soprattutto ora, dopo sette mesi, posso dire di aver visto un kiwi bird! Ok, nel kiwi house, non in libertà. Ma l’assurda e buffa enorme palla saltellante su due zampe che attaccava gli stivali della tipa che gli stava portando da mangiare era uno spettacolo da non perdere!

Sette mesi oggi. Ho visto già un sacco di posti e ogni volta resto scioccata di trovarne ancora che mi lasciano senza fiato. Conosco dei Kiwi, ho mangiato kiwi verdi, dei gold kiwi, e dei kiwiberry, ho visto un kiwi bird. Ho un invito per un matrimonio indiano, in India. Il mio inglese continua a migliorare e dopo il test di oggi non sono più così preoccupata per il corso Cambridge. Anche se sarà un bel da fare. Continuo a rimuginare se cercare un altro lavoro adesso oppure aspettare dicembre quando avrò il certificato. Continuo a conoscere nuova gente e imparare nuove cose su altre culture. E sono sempre più convinta che di studenti e viaggiatori internazionali ci sono solo due tipi: quelli sereni e allegri pieni di curiosità e voglia di scoprire, e quelli che si lamentano di qualsiasi cosa e non si godono il viaggio. Io ovviamente sono tra gli ultimi. Ah no, tra i primi :)

See you later. Qui si è busy a scoprire il mondo!

Buonanotte


Kiwians 9

Quattro mesi fa ero in volo verso Auckland. Non sapevo cosa mi avrebbe aspettato: ero nervosa, agitata, eccitata, curiosa. Contenta di partire, finalmente, un po’ triste di salutare tutti quanti. Quattro mesi sono passati: ho trovato Orione a testa in giù e scoperto nuove stelle; ho incontrato gente fantastica, aperta e curiosa; sto conoscendo tante nuove culture, tutte qui riunite in un luogo dove il razzismo quasi non so più nemmeno cos’è visto che non l’ho ancora incontrato; ho visto colori inimmaginabili in Europa; ho voluto perdermi qui; ho voluto tornare a casa; ho visto il sole girare dall’altra parte, e i mulinelli d’acqua pure; e un panda sorridente come luna; i gatti sono molto socievoli e in carenza d’affetto sembra; e non ho ancora visto un kiwi bird. Sto amando questo luogo al punto che sono sempre più innamorata di casa. Tutto questo sangue alla testa mi fa male. L’inverno si avvicina e Orione continua a tuffarsi. Ma dove ti tuffi tu ogni notte? ..nella vita?


Kiwians 5

Vi assicuro che ieri mattina stavo andando a studiare. Mi sono solo fermata un attimo sulle scale a salutare Brian, e in un attimo ha occupato le mie gambe. Liberandole due minuti prima della lezione. Giorni pigri questi; parola della settimana “laziness”. Ma non posso certo trattare male il gatto della scuola!

Sette settimane ormai.. Fra poco più di una settimana saranno passati due mesi dal mio arrivo in Nuova Zelanda. E ci saranno gli ennesimi addii, con l’augurio che alcuni di quelli siano arrivederci. Fra una settimana partirò all’arrembaggio dell’Isola Sud, prima di tornare al nord per pasqua. Ma sono sette settimane ora, e la lista dei danni aumenta: due paia di occhiali da sole rotti, un asciugamano dimenticato sul bus al ritorno da un weekend (e finalmente e fortunatamente ritrovato ieri dopo quasi due settimane), aspettare l’ultimo bus dimenticando le chiavi da una compagna (e conseguente primo taxi), dimenticato il passaporto a casa una sera…in una città dove non entri da nessuna parte nemmeno a 80 anni se non hai il passaporto con te, figuriamoci io che sembro avere dieci anni in meno, e vai di (secondo) taxi; il tatuaggio autoinflittomi è durato più di tre settimane dopo Taumarunui.

Il tempo passa. Divisa tra nostalgia di casa e il desiderio di restare qui, scoprire nuovi paradisi e avere nuove avventure. E ascoltando ogni tanto musica italiana su radio100iso mi sento un po’ più a casa. Io che la musica italiana la ascolto sì e no. Tra uscite giornaliere, weekend e scorribande non so proprio da dove cominciare. Sono state settimane piene di nuove esperienze, visioni (perché sembrano proprio visioni), scoperte, emozioni di tutti i tipi: gioia, euforia, delusione, pace, nostalgia, curiosità, allegria, frustrazione, spensieratezza. Un bel mix dovuto alle persone, ai luoghi, alle avventure, agli addii e ai nuovi arrivi, al non poter fare e vedere tutto. Al non poter restare in paradiso. All’averlo trovato.

Devonport: un sabato pomeriggio sul traghetto e via attraverso la baia a nord della città. Dieci minuti e si arriva alla penisola di Devonport con una strada molto carina piena di negozietti e ristoranti che dal porto conduce a Mount Victoria. Uno dei due vulcani della penisola pieno di funghetti (piccoli caminetti secondo me di tane hobbit) e con l’ennesimo fortino militare dei tempi delle guerre del secolo scorso. Poi direzione Takapuna, un po’ più a nord, per una passeggiata rilassante sulla spiaggia dove alcune stupende villette fanno un po’ invidia.

Auckland, come ormai penso ho detto e ridetto, si trova in una zona altamente vulcanica, con all’incirca 53 vulcani di ogni grandezza che formano le bellissime colline della città. Ovunque ci si situi si può sempre vedere un colle-vulcano da qualche parte. I più visitati sono probabilmente One Tree Hill e Mount Eden, ma il più spettacolare (e quello che su qualunque spiaggia tu sia .. lo vedi) è Rangitoto. Rangitoto è l’ultimo vulcano eruttato, intorno ai 600 anni fa, ed è credo l’unico ancora attivo. Mentre Wellington e Christchurch soffrono sotto i terremoti, Auckland è quindi solo in attesa di essere spazzata via dalla faccia della terra dal suo gioiello in mare. Fortunatamente non si aspettano eruzioni per forse altri mille anni. L’isola di Rangitoto è molto protetta e la si raggiunge con mezz’ora di traghetto: il paesaggio è composto da alberi e rocce vulcaniche nere. È quasi spettrale, o lunare, nel suo surreale silenzio senza cicale, senza alcun rumore di sottofondo se non quello dei turisti umani. Solo qualche insetto, e poi finalmente in cima qualche uccello e qualche raro cinguettio. Dopo aver scalato il vulcano, McKenzie Bay è fantastica per fare un bagno sulla spiaggia nera e tranquilla, e alla fine l’isola deserta senza cibo né acqua a disposizione non è risultata così deserta, ma con pure qualche casetta in zona attracco traghetto. In questa avventura di un giorno (saltando scuola) abbiamo constato che le ragazze europee sono decisamente più abituate al “freddo”. Mentre io e una ragazza francese stavamo benissimo, il resto del gruppo congelava sul traghetto e nessuno è entrato in acqua con noi.

Waitakere Regional Park: prima di salpare per vulcani mi sono fatta un giro per la zona a Ovest di Auckland. Il parco regionale di Waikarere è una zona forestale meravigliosa che spunta sul mar di Tasmania (quello tra Nuova Zelanda e Australia) dove si trovano le spiagge di Piha e Karekare. La visione è stupenda, l’acqua pure: peccato siano (specialmente Piha) le spiaggie più pericolose della Nuova Zelanda. Nell’entroterra di entrambe le spiagge si trovano delle piccole cascate, ma sinceramente ho apprezzato di più il paesaggio del bosco che le cascate stesse. Piha è la spiaggia dei surfisti, Karekare invece è famosa per il film The piano, la cui scena iniziale è girata su questa spiaggia quasi deserta. Restando sui set: Waitakere è stata la location per i telefilm di Hercules e Xena teoricamente ambientati nell’antica Grecia (ormai…15 anni fa?).

Poi l’ultimo viaggio è stato in paradiso: Bay of Islands. La baia delle isole. Ben 144 isole di tutti i tipi e dimensioni formano questa semplicemente meravigliosa baia. Non per nulla è chiamata anche il paradiso della Nuova Zelanda. Mi sono ritrovata a vedere paesaggi mozzafiato, a provare il sandboarding e il parasailing, a nuotare nell’oceano, a vedere i delfini nuotare con i miei compagni di barca un attimo dopo essere stata fatta risalire a bordo, a imparare portoghese, giapponese, … ah sì: inglese! A sentirmi fuori dal mondo e fuori dal tempo per quanto era bello e pieno di pace. A trasformare un’esclamazione nata non mi ricordo dove (forse su One Tree Hill) in un nuovo motto: let’s get lost! Bay of Islands si trova poi a due orette da Cape Reinga, la punta più a nord della North Island, davanti al quale Oceano Pacifico e Mar di Tasmania si incontrano e si scontrano formando disegni nell’acqua. Appena più a sud di Cape Reinga, sulla costa Ovest parte la 90 mile beach: oltre 100 chilometri di spiaggia quasi incontaminata e deserta, non fosse per i bus turistici che la percorrono dopo aver fatto tappa alle dune di sabbia per un po’ di sandboarding. La vista dall’alto, lì a nord, che sia dalle dune, parasailing o dalla cima di un’isola, è semplicemente spettacolare. I colori, i disegni, l’aria piena di pace. Pace che mi trassmette anche l’oceano e il vento su traghetti e battelli. Questo senso di libertà che sto cominciando a capire e conoscere, ho già capito che mi mancherà parecchio una volta di nuovo lontana dall’acqua aperta. Mi consolerò con i laghetti di montagna, come quello sotto la cascata vicino a Bay of Islands che mi ha visto attraversare a nuoto il laghetto e sentire gli spruzzi dall’alto. Un bagno sotto una cascata: ora posso dire di aver fatto anche questo. Per di più in compagnia di due anatroccoli che mi hanno accompagnata nella traversata per poi sparire non so dove. Sono uscita sfinita dall’acqua, ma rigenerata e soddisfatta. E il giorno dopo bagno nell’oceano, camminata per un’isola con vista a 360° sulla baia, volo sopra la baia.

Di ritorno verso Auckland la voglia di non tornare in città, di restare in quel paradiso. Voglia condivisa dai compagni di viaggio. Ma in fondo mi sono affezionata a questo luogo dove tutti salutano e ringraziano gli autisti, dove i posteggi fuori casa spesso ospitano barche barchette barconi accanto alle macchina. Dove c’è gente che guida la barca per strada fino alla prossima spiaggia per entrare in acqua, senza bisogno di macchina e rimorchio. Dove le cicale cicaleggiano tutto il giorno e la notte, riportandomi alle mie avventure in Sardegna. Dove il fantastico cielo stellato mi mostra un Orione perennemente a testa in giù e tante sconosciute stelle tra cui sono solo riuscita a riconoscere un sagittario. Dove il tempo cambia ogni cinque minuti e la gente commenta: this is Auckland! la città dalle quattro stagioni in un giorno. Dove continuo a essere un’allieva diligente (o quasi) che ha problemi con il futuro: che sia per via che voglio godermi il presente e sono affascinata dall’antico e al futuro non ci voglio troppo pensare o mi vien male?

Sabato invece ho scoperto un’altra meraviglia a un’oretta da Auckland: Long Bay. Spiaggia, parco, scogliere, sentieri per passeggiare, spiagge di pietra e un sacco di rocce per arrampicare ai piedi delle scogliere. L’acqua del mare fantastica. E il bus solo 4$, per più di un’ora di viaggio fuori città. A Long Bay ho ritrovato la mia voce mentre gli altri erano in acqua e io mi arrampicavo da sola sui sassi sotto le scogliere. Un momento di pace, liberatorio e intenso, pieno di energia che mi ha fatto ritrovare anche la fiducia nella mia voce che credevo di star perdendo. Quanto mi manca cantare! Eppure canto tutti i giorni, ma mentre cammino per strada.

È già marzo. E finalmente grazie a Wondy che ha ricercato per conto mio in patria ho la conferma che i mulinello girano in senso inverso rispetto all’emisfero sud. Non è una leggenda! D’accordo, avrei potuto fare una ricerca su internet. Ma non è affascinante come fare uno studio sul campo. Dopo sei settimane ho visto per la prima volta la fontana di Albert Park funzionare! Il mio Albert Park scomparso prima in un chinese lantern festival (per il nuovo anno cinese) e subito dopo in un pride festival pieno di bancarelle. Mi piace, ma sono ormai due settimane che regna il “caos” lì e un po’ mi manca il tranquillo e bellissimo albert Park dei nostri pranzi. I miei piedi cominciano a mostrare il segno dei miei sandali. Forse dovrei tirare fuori le ballerine. Imperturbabili poi i miei piccoli amici lividi che non so bene come (tranne per Bay of Islands) mi appaiono sorridenti e misteriosi su gambe e braccia. Ogni giorno passao davanti a un albero di mele cotogne con il biglietto “free picking – good for jam” e mi chiedo ogni volta se dovrei provarne una. Ogni giorno con il bus passo davanti a un take away con la scritta “we will open february” e sto cominciando a chiedermi se leggo bene il calendario o se capisco giusto quanto c’è scritto. In compenso mi sto abituando all’uso della tecnologia qui: un app per i mezzi di trasporto pubblici con gli orari e con le effettive partenze da ogni singola fermata, un app per i conti in banca per controllare i miei soldi e spostarli da un conto all’altro.

E stanotte ho scoperto che forse i kiwi vivono anche ad Auckland…


Appunti di viaggio kiwiani 4

 

Sono ormai passate poco più di tre settimane dal mio arrivo ad Auckland. Ho visitato due volte l’Auckland Memorial Museum (uno dei due musei nazionali, l’altro è a Wellington, la capitale), sono stata all’acquario, ho sostituito i miei occhiali da sole, ho momentaneamente deciso di abbandonare la mia ricerca di un ombrello visto il vento che gira sempre, il bus ha cominciato a saltare corse tanto per divertirsi un po’, la gelataia mi ha chiesto se sono di qui, per poi scoprire che è italiana. Qualche parola in italiano per venire a sapere che Auckland è piena di italiani.. al che mi chiedo: dove si nascondono? È stata la prima persona, e finora unica, con cui ho potuto scambiare due parole di italiano. Effettivamente ci sono parecchi ristoranti italiani, anche se non tutti mi convincono sull’autenticità. E ne ho trovato uno che devo provare assolutamente. Uno di quei ristoranti o da provare o da evitare. Ma io sono curiosa: come si fa a non esserlo di un ristorante chiamato “me ne frego”? Unico problema… non ho idea di dove si trovi, perché ci siamo passati davanti in macchina forse la prima settimana. Ma esiste internet!

Come già scritto ci sono parecchie colline qui, tante sono verdi e meta turistica e di tempo libero. Tra i colli più visitati si trova One tree hill. Quando ho letto per la prima volta il nome ho pensato a una strana coincidenza. Invece no. È la stessa collina che da il nome a una canzone degli U2 (alzi la mano chi ora vorrebbe essere qua per spararmi). La storia della canzone? Un roadie che ha lavorato per loro mentre erano in Nuova Zelanda ebbe un incidente mortale. In occasione del funerale a cui i quattro irlandesi erano presenti nacque questo brano. La storia della collina? Un po’ più allegra. Come dice il nome un tempo c’era un albero in cima al colle. Ora non c’è più, ma si trova un monumento che fu eretto, per sua volontà, dopo la morte di un importante politico del paese, in onore della popolazione maori con cui i bianchi dividono il paese. L’obelisco è visibile da molte parti della città, e dalla piattaforma dell’obelisco si può vedere tutto intorno la città.

La settimana scorsa mi sono fatta sgamare. Ora la mia famiglia ospite non ha più alcun dubbio riguardante la mia nazionalità. Non dopo che una sera mi hanno vista preparare un bircher muesli (loro pronuncia bircer) per il pranzo del giorno dopo!

Per la prima volta in vita mia una docente mi ha definita un’allieva che partecipa tanto e lavora tanto con i compagni… e la cosa grave è che non ha allucinazioni. Per la prima volta sono uscita da Auckland, e per la seconda volta in vita mia ho dormito in tenda. L’occasione per la scampagnata in tenda è stato il Waitangi Day. Festa nazionale che ricorre al 6 di febbraio e vuole ricordare il giorno in cui è stato firmato un accordo tra diverse tribù maori e la corona britannica. I primi hanno riconosciuto la corona, questa ha assicurato diritti e protezione. Correva l’anno 1840. Sono seguiti diversi dibattiti al riguardo, diverse guerre, alcune interne tra maori e i britanni. Ma quel giorno, nonostante delle differenze tra le versioni in inglese e in maori, e le controverse opinioni al riguardo, sembra comunque essere considerato il giorno in cui è stata fondata la Nuova Zelanda come paese di entrambi i popoli.

Destinazione della scampagnata: dispersi nel nulla (ovvero Taumarunui). Tre notti e tre giorni di campeggio con la family. Campeggio con un grande prato, un fiume, una piccola foresta preistorica. Questo weekend ho visto il primo opossum… spianato sulla strada. In compenso ho avvistato dei tui, animai indigeni nativi della Nuova Zelanda: un essere piumato nero e bianco che vola tra gli alberi della foresta e fa due differenti suoni, tali da farmi credere di stare inseguendo due differenti uccelli. E poi improvvisamente, quando avvisto i tui in alto alto, improvvisamente uno stormo di fantail, o piwakawaka, mi accerchia distraendomi dai tui e volandomi in giro sui rami appena più in alto della mia testa. Altri volatili nativi e canterini. Un simbolo della Nuova Zelanda, che da anche il nome ai suoi abitanti, è il kiwi (quello strano essere zompettante con il becco, presente unicamente in questo paese e in via d’estinzione). Altro simbolo molto usato è la felce argentata (the silver fern): effettivamente – oltre a essere usato come logo in metà delle cose, squadre e non so che neozelandesi – è pure una pianta molto presente ovunque in giro. Qualche cespuglio nelle aiuole o nel sottobosco, ma principalmente cresce come albero. Talvolta alto anche 3-4 metri fa concorrenza alle palme nell’aspetto e certi tronchi sono probabilmente troppo grandi per me da abbracciare. A stare in quella piccola foresta con degli alberi giganti, gli alberi di felce e quegli uccelli indigeni mi sembrava quasi di stare in una foresta di un’altra era. Fantastico! Da Taumarunui parte pure la forgotten world highway. Strada persa nel nulla lungo la quale puoi viaggiare probabilmente per ore senza incontrare altro che colli, valli, prati, alberi, pecore, mucche e qualche fattoria. Prati gialli, a causa dell’estate più secca da decenni…solitamente è tutto verde. In macchina mi pareva ogni tanto di viaggiare per l’Irlanda, la Grecia o la Toscana. E sulla via c’era un cimitero maori sul fianco di una collina: più in alto sta la tomba, più importante era la persona.

Lunedì di nuovo scuola e sul bus sono stata accolta dall’autista pazzo, che stavolta non mi ha chiamata sorella, ma mi ha chiesto se sono francese. A rispondere che sono svizzera mi sono sentita esclamare “oh, guten morgen fräulein! wie geht’s?”. Alla mia precisazione che parlo italiano (lo so… sono svizzeramente pignola) ovviamente… “ciao bella!” e “arrivederci signorina!” quando sono scesa. Quell’uomo sa qualche parola in tutte le lingue del mondo mi sa. Ma soprattutto rende le giornate più allegre.

Ora spero di non avervi dato false informazioni. Ma il mio sproloquio è finito.

See you!

 

ps sono un po’ indietro con le foto.. ma qualche scatto nuovo c’è! passeggiata per il mio quartiere:  http://ekarezzonico.wix.com/saoirsesworld#!auckland—remuera/c14c2