Piovono kiwi a pecorelle

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Risate genetiche

In fondo è poi una questione di geni se si è collezionisti oppure no. È nel DNA, non si può fare molto al riguardo. Però ho pure dei geni consapevoli, che mi ricordano che ho la tendenza a fare tutto all’ultimo. E quando si tratta di un trasloco che si prospetta dopo 27 anni nella stessa casa, forse non è il caso. E allora nei giorni liberi ho cominciato già da qualche settimana a svuotare un ripiano, poi dei cassetti, e una scatola qua, una là, un altro ripiano, cose sparse, … Ed è inutile: se hai il collezionismo nei geni ti ritrovi in mano vecchi reperti storici datati liceo e università. Citazioni, disegnini e comunicazione tra compagni, biglietti e regali di compleanno, ricordi di fine scuola, fantastiche note incomprensibile in rosso e blu, dei meravigliosi oscar uaild con dedica all’unica che sta facendo gli esercizi in classe, foto sparse, lettere con tutti i soprannomi possibili immaginabili che chi se li ricordava più?! E chi più ne ha, più ne metta… Far pulizia a questo punto diventa pure divertente. E per non rischiare di impazzire a restare troppo tempo a ridere da soli si sfrutta la tecnologia odierna, si fa una foto ai reperti si condividono gli appunti con la compagna di università con la quale li si scriveva e si crea un gruppo su whatsapp con alcuni liceali e si comincia a rompergli le scatole per non sentirsi l’unica idiota che se la ghigna. Poi se si siano messi a ghignare anche loro o se hanno risposto solo per compassione, non si sa. Ma per una questione di geni la vita diventa più allegra. Almeno per un po’.

I do like mondays

Stamattina mi sono svegliata, rigirata una volta, rigirata due volte, forse anche tre. Poi il pensiero ora mi alzo. Erano le nove. Ma no: leggo prima un po’. Ovvero mi alzo un’ora dopo. Stacco il telefono dalla presa e lo accendo abbandonandolo lì, vado a togliermi questa umidità estiva di dosso e una volta rinfrescata ripesco il telefono dalla stanza, vado a prepararmi un bel bicchiere di limone spremuto e una fetta di treccia mentre controllo cosa è successo nel mondo. Poche nuove, scopro che il Portogallo ha vinto gli Europei, per il resto solite cavolate, solite tragedie, solita gente in giro. È un bel lunedì mattina, ieri mi sono disimpallidita un po’ sotto il sole al castello per le prove per lo spettacolo del finesettimana in arrivo. E ho scoperto che c’era la partita la sera, e che fosse la finale. Ma guarda un po’. Per un anno non mi interesso e gli europei volano via che è una bellezza! Con solo qualche ricordo, per me, di tifosi irlandesi e di islandesi alla ribalta. Sarà l’assonanza.

È lunedì, e non sono in vacanza. Forse, chi lo sa, andrò da qualche parte in settembre. Ma forse anche no. Lavorando a turni ogni tanto c’è questa bella cosa di avere giorni liberi in settimana. Perché bisogna be’ trovare i lati positivi di tutto. Con il mio bel thé di timo e zenzero mi ritrovo a scrivere qua di nuovo. Ogni tanto bisogna trattarsi bene, e cominciare la giornata non con pigrizia, ma con calma. Oggi vedrò di rimettermi dietro al mio curriculum kiwi style che si sta lentamente delineando (sempre che le mie nipotine in visita oggi me lo “permettano”).

Tutto questo per dire che mi piacciono i lunedì. Specialmente quando dopo lo sfasamento temporale dovuto ai turni riesci a rientrare in una parvenza di ritmo normale sentendoti relativamente in forma.

Da qua è tutto. Sa sentum, forse con nuove più nuove e informazioni più informative. Ciao ciao

(Auto)celebrazioni

La piccola mi guarda. La saluto sorridendo mentre seguo il mio scricciolo. Non la conoscevo. L’avevo notata seduta in prima fila durante il concerto, però. Su quella panchina aggiunta davanti alle sedie perché, che diavolo, non c’erano più posti a sedere nella palestra. Dopo un po’ me la ritrovo davanti, e la ragazza più grande che la accompagna mi dice che la piccola vorrebbe fare una foto con me. Spiazzata e lusingata faccio la foto, pensando che l’ultima volta che mi era successo era in India (e lì un viso pallido come me si nota, non ci si scappa), qui mi fa sentire una vip. Ci scambio con piacere due parole e poi proseguo con il mio scricciolo che ancora vuole danzare, quando la musica è finita da un po’. Ma il ritmo scorre ancora.

Questa è solo una delle immagini di stasera. Una bimba con gli occhi sorridenti per i nostri canti. Goccia di Voci ha celebrato l’accoglienza stasera. Un’accoglienza oltre i confini e oltre le parole. E la gente ha risposto: a quanto pare oltre 300 persone e sui 100 rifugiati (primi numeri che girano) ci hanno fatto compagnia nella palestra dell’ex caserma di Losone, ora uno dei centri rifugiati del Ticino. Quei ragazzi, perlopiù giovani ci hanno ascoltati tranquilli, poi alla fine si sono svegliati, hanno preso l’iniziativa e cantato e ballato con noi (o noi con loro?). Non ho idea di quanti sapessero l’italiano, ma non importa. La musica scavalca le barriere e il sorriso è un linguaggio universale.

Colonna all’entrata e palestra gremita. Un’immagine insolita per me. Siamo un coro. Solitamente snobbati quindi. Ma la musica di ispirazione etnica, i colori e l’allegria si spargono, attirano. E poi, giusto per celebrare un po’ Goccia di Voci,  alptransit ci ha posto ben bene in luce davanti a migliaia di persone, presenti e davanti allo schermo televisivo. Non è nemmeno la prima volta che vengono a filmarci per un documentario e simili, o che il coro partecipa a uno spettacolo che comprende canto e teatro. Quello che però mi riempie davvero il cuore a essere parte di questo gruppo, è il potere di tutte queste Gocce di creare sorrisi e lacrime e grandi energie. Celebriamo l’accoglienza, ma celebriamo anche la musica e il canto, ambasciatori di pace nel mondo.

Che Goccia di Voci continui a portare le sue armonie di pace anche nei prossimi vent’anni. Quest’estate non si fa pausa e si partecipa ancora a uno spettacolo. A ottobre si riprendono i festeggiamenti per  il ventesimo. Un anno strabiliante.

Finché i bimbi si commuovono, affascinano e divertono ai concerti quanto i loro nonni, e finché l’età dei cantanti continuerà a variare tra i 19 e i quasi 80…be’ si continuerà su questa rotta tra culture e luoghi, lingue e suoni. E speriamo di non essere gli unici ambasciatori.

Alptransit, la sicurezza e l’organizzazione svizzera

Ho l’onore e anche un po’ l’orgoglio di far parte di un progetto importante. Sia chiaro, ci sono finita dentro per caso e mica sapevo cosa mi aspettasse. Nessuno di noi sapeva cosa ci aspettasse, credo. Quando il coro polifonico Goccia di Voci ha ricevuto l’invito a partecipare allo spettacolo di inaugurazione dell’Alptransit, io ero ancora dall’altra parte del mondo per la Terra di Mezzo. Ma delle mail dall’oggetto anomalo hanno attirato la mia attenzione e ho chiesto di poter partecipare anch’io nonostante la mia assenza fino a pochi mesi prima. Detto fatto ero catapultata in questo nuovo tragicomico mondo.

Alptransit. I ticinesi sanno cos’è credo, gli italiani ne hanno probabilmente sentito parlare dal loro simpatico sciur Renzi che ha improvvisamente svelato al mondo che è tutta opera degli italiani, se gli svizzeri hanno costruito su territorio interamente svizzero e progettato da ingenieri credo anch’essi svizzeri la galleria ferroviaria più lunga al mondo che trapassa le Alpi da nord a sud (e da sud a nord, ovviamente). Eccerto. Si è dimenticato di specificare che l’ha costruita direttamente lui in persona. Avrebbe potuto farlo questo mercoledì alla festa di inaugurazione alla quale è stato invitato (forse è stato effettivamente l’invito a confonderlo), ma è sparito prima della cerimonia ufficiale con i discorsi.

Insomma Alptransit: quella galleria che ci hanno impiegato 17 anni a costruirla (più di metà della mia vita). Oggi 1. giugno c’è stata l’inaugurazione ufficiale a Pollegio ed Erstfeld. Noi siamo in ballo da un po’ con prove, non prove, canti, non canti, movimenti, non movimenti. Due volte ci hanno chiesto le misure. Ma tutte. A momenti anche del sopracciglio destro e della narice sinistra. Due volte certo: perché siamo svizzeri, non eravamo stati abbastanza precisi pare. E noi mica abbiamo ancora capito perché io, per esempio, mentre viaggiavo per la nuova Zelanda e l’India ho dovuto misurarmi testa, gambe, braccia, piedi, unghie, capelli e quant’altro. Ma siamo svizzeri, ci lamentiamo certo, ma non troppo. E poi il cibo e le nostre pause che non combaciano. La sicurezza che ieri ha chiuso tutto il sito per assicurare la zona e da domani se non siamo pronti per l’aeroporto non si possono più fare le prove. Speriamo solo che ci abbiano lasciato interi i costumi e non li abbiano sezionati nella loro ricerca di non si sa cosa. In definitiva questa organizzazione milionaria che ci fa disperare qua e là è quella che ha creato alptragik. Le parti oscure di un grande evento. Perché solo in Svizzera si è talmente pignoli che la disorganizzazione si crea dall’organizzare troppo.

Io però un po’ di orgoglio ce l’ho. Orgoglio nazionale e orgoglio artistico. Quello nazionale si smorza un po’ quando penso all’esito della votazione di febbraio mentre io ero in giro per il mondo. Una doppia galleria automobilistica proprio ora che è stato terminato questo progetto atto a spostare il traffico dalle strade (oltre che ad avvicinare nord e sud delle Alpi e della Svizzera), ecco questo proprio non lo capisco. Però speriamo che l’Alptransit serva comunque. Quello artistico è dato invece da questa esperienza fantastica, esasperante, distruttiva e completamente nuova e assurda che sto vivendo. Abbiamo praticamente dovuto rinunciare all’attività del coro, ai nostri canti, la nostra gioia, la nostra introspezione pure, per dare spazio al nostro corpo, al nostro respiro, alla nostra presenza fisica e con l’anima. Assieme a centinaia di altri artisti ci intrecciamo in una mezz’ora di performance che si è rivelata quasi nulla di conosciuto dal coro e anche qualcosa di assurdo, surreale, ogni tanto incomprensibile anche per noi che ne siamo parte. Mezz’ora di performance che ha continuato a modificarsi e chiederci flessibilità assoluta in ogni dettaglio grande o piccolo che sia.

L’Alptransit per me ormai non è più solo un grande progetto ferroviario e di ingenieria, ma un’esperienza di vita. Un’esperienza che mette alla prova le mie capacità ed esperienza inesistente in questo campo. Un’esperienza che mi prova che le Gocce formano sempre una Goccia di Voci unica, e questa è la nostra grande forza. Un’esperienza che mi ha portato a collaborare con docenti, allievi ed ex allievi della rinomata Dimitri (e con un cugino ormai artista con il quale non avevo quasi più contatti) che lavorano mille volte più di noi e non so come fanno ancora a stare in piedi.

Tra un po’ sarà finita e ne sarò felice, ma sono contenta dell’opportunità che ci è stata data e della fiducia riposta in noi. E mi mancherà sentire parlare italiano, tedesco, francese, inglese e spagnolo tutti insieme. Perché Pollegio è uno specchio della Svizzera: una piccola babele dove ci si capisce e non ci si capisce, con tante lingue e tante culture, e l’organizzazione che ne esce è quella che è. Soprattutto: non dimentichiamo la sicurezza, che siamo svizzeri. Alcuni di noi. E non dimentichiamo chi sul posto lavora diecimila volte tanto per rendere la vita più facile a tutti noi, perché dall’alto complicano tutto. Quindi grazie, perché non è facile neanche per loro.

Siamo andati in scena oggi. Ed è stata una grande emozione! C’era una gran energia positiva già prima dello spettacolo stamattina e la prima è stata una meraviglia. Tutti noi abbiamo visto, sentito, riconosciuto e acclamato l’impegno di tutte le parti coinvolte nello spettacolo. Concentrazione, presenza, energia. È finita in fretta e abbiamo festeggiato. Ma non prima che, neanche il tempo di rendermi conto che ce l’avessimo fatta, mi placassero con microfono e telecamera per una breve intervista con uno strano essere passato dietro a indicarmi con labiale “è mia cugina!”. Non ho potuto appurare la sua versione dei fatti essendo che non hanno mostrato l’intervista stasera (meglio che non so se io abbia detto qualcosa di sensato).

Ascoltando in seguito discorsi dei grandi boss svizzeri ed europei mi sono anche trovata molto onorata ed orgogliosa di questa piccola Svizzera. Devo ammettere che non mi succede troppo spesso, nonostante la gratitudine di vivere in un paese del genere. Ma i premier, presidenti e cancellieri dei cinque stati confinanti (Italia,  Austria,  Liechtenstein, Germania e Francia) riuniti tutti assieme in Ticino già è un fatto straordinario. Poi quando una Merkel definisce l’Alptransit il cuore di un’opera tecnica e ingenieristica di superlativi e un Hollande dice che la Francia (che vanta una galleria sotto la Manica) oggi si inchina alla Svizzera, be’ a questo punto ci si emoziona un po’ nel momento in cui la banda militare suona l’inno svizzero. Mai successo prima e probabilmente mai più.

Ci si dimentica di tutte le polemiche e i momenti di disperazione durante la preparazione di questo spettacolo per l’inaugurazione. E ci si porta dentro l’energia e l’emozione sperabilmente rinnovata sabato e domenica. Nella speranza, anche, che venga sfruttata al meglio per alleggerire le strade a facilitare i viaggi per il resto della Svizzera. Come speravano le persone che più di 20 anni fa hanno votato sì per la costruzione di questa infrastruttura con durata di costruzione 17 anni.

Pensieri sparsi di un giorno quasi qualsiasi

È un giorno come gli altri, una domenica come le altre. Ma tutti ringraziano la mamma. Forse dovremmo pensarci un po’ più spesso a quanto queste mamme siano speciali. Quelle che sono chioccia, quelle che rompono le scatole, quelle che viziano, quelle che si disperano, quelle che hanno i loro problemi, quelle che sono iperallegre, quelle che sono in depressione, quelle equilibrate, quelle che fanno carriera, quelle che si occupano della casa, quelle che era il loro sogno, quelle che hanno sacrificato tante altre cose, quelle che sono supermamme, quelle che non ce la fanno, quelle troppo giovani e quelle ormai bisnonne. Perché essere mamma lo vedo è un gran lavoro, una gran frustrazione, una grande sfida, per tutta la vita. E noi figli non rendiamo le cose facili. Andiamo loro incontro e qualunque sia la loro scelta di vita, qualunque il loro sogno o la loro problematica abbracciamole e rendiamo le delusioni che puntualmente serviamo loro, un po’ meno amare. Perché alla fine non possiamo evitarlo, ma possiamo renderlo un po’ più dolce. Ogni giorno.

PS Auguri mamme!

L’abbraccio dei koala

Adesso basta! Mo’ prendo e me ne vado diretta in AUSTRALIA ! Così finalmente non mi innervosirò più quando qualcuno – ma che dico qualcuno, tutti – mi chiede come è stato in Australia. Non che io ci voglia andare, sia chiaro. L’unica cosa che mi abbia mai affascinata dell’Australia, sono i koala. Sono dolci e abbracciano gli eucalipti. O sono i bambù? Ecco, già lì io mi perdo via, tra koala e panda, eucalipti e bambù. Quello che non capisco è come sia possibile che tutti quanti due secondi dopo aver sentito che sono stata un anno in Nuova Zelanda mi chiedano come sia l’Australia. È un gran mistero per me anche perché io quei due paesi così opposti in tutto non li ho mai confusi nemmeno in sogno. Insomma, io ero nella terra in cui la cosa peggiore che possa succedere sia -cito un amico- ritrovarsi di notte nella foresta ed essere attaccati da un gruppo di kiwi saltellanti. Cosa che vi assicuro è, oltre ad altamente improbabile, altamente assurdo e divertente. Non ho vissuto l’esperienza e dubito che mai l’avrò. Mal che vada ci si ritrova con un gregge di pecore che ti circonda e ti fissa.

Comunque chi avesse ancora qualche dubbio, tranquilli: io e l’Australia non ci incontreremo tanto presto (e forse nemmeno tanto tardi). Da quando sono tornata in Svizzera un mese e mezzo fa mi sento continuamente chiedere come ho fatto a tornare? mi sono già riabituata? rimango? Io non ho idea di dove sarò in futuro, cosa farò, quando. Certi momenti vorrei scappare, altri stabilizzarmi qui. Di una cosa sono sicura però, tornare a casa mi ha fatto bene, mi ha schiarito le idee e ora ho capito che qualunque cosa farò io ho ormai scelto: non ho intenzione di lasciarmi sfuggire occasioni solo perché non si sa se funzionerà e perché voglio prima dare una possibilità a qualcosa che in realtà per quanto concerne qualcosa di molto importante mi interessa meno. E casa… casa è sempre casa e una volta che si appartiene a un luogo, sempre gli si apparterrà.

Un caro amico mi ricorda ogni volta che lo vedo, lo sento, lo leggo, che si può esprimere sè stessi e mostrarsi in piena luce ed essere ammirati, ed essere ogni volta più forti, ogni pezzo di sè mostrato. Forse perché mostrare significa ammettere, e ammettere ha bisogno di grande energia e forza. Ma soprattutto essere sè stessi significa riconoscere i propri sogni, e lavorare per realizzarli. Di sogni ce ne sono tanti, ma forse affrontandoli uno alla volta, piano piano si riconoscono quelli veri, e quelli pronti a divenire realtà. Qualunque cosa realtà significhi.

Ma poi c’è l’amore che scombussola tutto. Ma. Ci vuole un po’ per rendersi conto che non scombussola nulla, puoi sempre inseguire i tuoi sogni, l’amore gli fa solo cambiare destinazione. E allora diventiamo ovvi, e seguiamo il nostro cuore. Il koala in ogni caso ci abbraccia.

Kiwi notes go overseas – Brasile (part5)

La mia scoperta del Brasile sta giungendo al termine e la lista “prossima volta” si sta allungando, tanto che un’amica ha deciso che me la scriverà giù e me la invia da controllare. Non che abbia visto poco, anzi, ma questo paese è grande quasi quanto l’Europa, perciò di cose da vedere ce ne sono ancora, e parecchie. Pure nel vecchio continente però. E gli amici sono tanti, perciò per alcuni non ho avuto tanto tempo e altri proprio non siamo riusciti a incontrarci.
In ogni caso ultima tappa São Paulo city. La capitale dello stato ha una popolazione che alcuni dicono sia di 18, io avevo trovato di 11. Di milioni si parla in ogni caso. E grande lo è! Alquanto caotica pure. Tanti mercati, tanti quartieri interessanti, tante strade semplicemente caotiche, tanti musei, tanto cibo, tante cose da vedere, ma poco tempo. Ho provato il caldo de cana con limone (è succo della canna di zucchero, perciò senza limone non voglio veramente sapere com’è) e mi ha sorpresa per quanto sia buono. E baião, un piatto nordestino (se non alla fiera nordestina almeno qui). E ho scoperto che non voglio provare galinhada (zampe di gallina…). Mentre parlando d’altro mi hanno detto che se dico solamente obrigada nessuno si accorge che non sono brasiliana. Mah, la vedo dura ad andare avanti di soli grazie.
Un po’ a casa alla fine mi sentivo, essendo attorniata da lemonada suiça (limonata svizzera), krepe suiça (crêpe svizzera) e filé suiço (filet svizzero). Di svizzero questi cibi hanno ben poco, ma le crêpe sono buone, potremmo importarle! E per il resto be’.. finalmente sono pronta per tornare a casa. Anche se questi posti e questa gente mi mancheranno. Ma dopo due mesi a spasso, mai ferma nello stesso posto per più di tre o quattro giorni, sono stanca e tanto. E finalmente non vedo l’ora di essere a casa e di reimmergermi nella mia vita, anche se sono anche spaventata di non ritrovarmi più. Ormai il mio cuore è spezzato, rotto in tanti pezzi quanto i luoghi in cui ho lasciato gente importante, ricordi, esperienze ed emozioni. È come un puzzle che non puoi più ricomporre per intero, ma che è sempre più bello e intrigante, per quanto non puoi vedere tutto l’insieme nello stesso momento. Quindi.. via verso una nuova avventura. Perché come mi ha detto una delle persone più significative della mia Nuova Zelanda, sto andando a riscoprire casa, non ci sto tornando. “You’re not going back home, you’re going forward home!”