Piovono kiwi a pecorelle

(18 febbraio 2006) PDH o BV – DATA (ONE)

C’è una parola che non usi: decadenza.
Non
la uso perché non era decadenza, era il contrario. La decadenza è
quando hai tutto davanti agli occhi e non lo noti. Io notavo ogni cosa.
E la apprezzavo.
 
[…] L’autenticità è uno scambio onesto fra cuore e mente, corpo e anima. Non ha nulla a che vedere con gli abiti che si indossano. […]
 
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
 
Quindi non ti consideri una celebrità.
No, non sono una celebrità.
 
E chi diavolo sei?
Sono un musicista scribacchino che fuma il sigaro, beve vino e legge la Bibbia. Un buffone… (ride)
che ama dipingere quadri di ciò che non può vedere. Un marito, un
padre, un amico dei poveri e talvolta dei ricchi. Un commesso
viaggiatore attivista che vende idee. Un giocatore di scacchi, una rock
star part-time, un cantante d’opera, e faccio parte del gruppo folk più
rumoroso del mondo. Va bene così?
 
Mmm… te la passo, ma solo questa volta.
 
 
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
 
 
 
Proprio
in questo momento, nel mondo, si sta verificando la più grande pandemia
della storia della civiltà, l’AIDS. Più della Morte Nera, che nel
Medioevo colpì un terzo della popolazione europea. Seimilacinquecento
africani muoiono ogni giorno di una malattia che si può prevenire e
curare. Ma per l’Occidente non è una priorità: è come se
quotidianamente si verificassero due 11 settembre, cadessero dal
cielo diciotto jet pieni di padri, madri, famiglie. Niente lacrime,
niente lettere di condoglianze, niente cinquantuno salve di cannone…
perché? Perché non diamo alla vita di un africano lo stesso valore di
quella di un europeo o di un americano? Dio non ce lo perdonerà, la
storia di certo non ci passerà le nostre scuse. Diciamo che non
possiamo recapitare
le medicine
antiretrovirali nelle zone più remote dell’Africa, ma possiamo mandarci
le bibite gasate. Anche nel più piccolo villaggio si trova sempre una
bottiglia di Coca-Cola. Se pensiamo davvero che una vita africana ha
uguale importanza di una inglese, francese o irlandese, non lasceremmo
morire due milioni e mezzo di persone per il più stupido dei motivi: il
denaro. No. Un capo di Stato mi ha confessato:
<<È vero. Se non fossero africani non potremmo permettere che accada.>> Non crediamo veramente che siano uguali a noi.
 
Chi era?
Non
posso dirlo… ma era un capo di Stato che si vergognava della
situazione. Era scandalizzato. Abbiamo cancellato gli africani. Perciò
la tappa successiva nel viaggio verso l’eguaglianza è accettare che non
si può scegliere il prossimo. La distanza non può essere il criterio
con cui si stabilisce chi è il nostro prossimo.
<<Ama il prossimo tuo>> non è un consiglio, è un ordine.
 
[…]
 
La
mia obiezione è che le civiltà non vanno di pari passo. Lo insegna la
storia. Nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti si vive in un mondo
post-moderno, mentre l’Africa è ferma al Medioevo, o ancora prima. Per
quanto benintenzionati possiamo essere, credo che il gap sia
incolmabile. Insomma, come pensi che possiamo arrivare a comprenderci
reciprocamente.
Perché l’Africa è ferma a prima del Medioevo? La risposta è di natura storica. […] Questo è il libro di geografia di una quindicenne. […] <<Gap
economico. Duecento anni fa sembra che ci fossero pochissime differenze
tra gli standard di vita dell’emisfero settentrionale e di quello
meridionale. Oggi il gap è assai più ampio: il Nord è molto più ricco
del Sud. Cosa ha determinato questa situazione? La risposta sembra
risiedere nel colonialismo, nel commercio e nel debito.>> Spiegano a una ragazzina di quindici anni che il motivo per cui l’Africa è ancora nel Medioevo siamo noi, […] anche
con l’attuale iniquità degli accordi commerciali e con il mantenimento
dei vecchi debiti nazionali. Non possiamo risolvere tutti i problemi.
Ma quelli che possiamo risolvere dobbiamo affrontarli. Dobbiamo porre
rimedio alle situazioni di cui siamo responsabili. Quando mi si chiede
di capire che le civiltà sono a livelli diversi, so che c’è una
ragione. Ecco la mia risposta.
 
[…]
 
Tom
Lantos, un membro del Congresso,racconta che quando, da bambino, era
stato caricato su un treno diretto verso un campo di concentramento
ungherese, la folla si era radunata a guardare e in seguito
quell’immagine lo aveva perseguitato. Non quella dei maltrattamenti nei
campi di concentramento, ma gli sguardi vuoti dei passanti, che gli
avevano suscitato una domanda ossessiva: <<Possibile che nessuno chiedessedove andassero quei bambini?>> Gli ho risposto: <<Non è quello che stiamo facendo adesso con l’AIDS? Abbiamo le medicine, ma…>> E lui mi ha detto: <<Sì. proprio così. Li guardiamo mentre li caricano sui treni>>.
 
E quale dovrebbe essere la reazione?
Voglio trovare persone dispostea stendersi sui binari.
 
Ma sono i politici a guidare il treno?
No, è la nostra indifferenza che va messa in discussione. […]
 
Bono On Bono – Michka Assayas
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