Piovono kiwi a pecorelle

(21 luglio 2005) Quel dolce suono di flauto

Quel
dolce suono di flauto, quella favolosa melodia … Mentre quel
gradevole suono fa vibrare i miei timpani, mentre quell’uomo all’angolo
della strada fa scivolare le sue dita sul suo flauto, mentre la musica
si diffonde lungo tutta la strada, mentre le poche persone presenti
passano lanciando uno sguardo incuriosito al suonatore, il sole
continua a bruciare …

Il
giorno va avanti, il numero delle persone che passano lungo la strada
aumenta, il vecchio musicista continua a soffiare dentro il suo flauto,
un bambino che passava lì per caso si ferma, osserva quello strano
vecchietto che da trent’anni passa il suo tempo sopra quel marciapiede

Quando
il sole si trova a metà del giorno, quando la fame bussa allo stomaco
del musicista, quando i bar e i ristoranti cominciano a riempirsi di
persone che ritualmente vanno a mangiare, il vecchio musicista posa il
suo flauto, raccoglie il suo cappello e conta gli spiccioli che si
trovano all’interno, quelli spiccioli che le persone che passavano
lungo quella strada gli hanno donato come ricompensa per la sua opera
d’intrattenimento. Gli occhi del vecchio si alzano da terra, il loro
azzurro espressivo va alla ricerca di un posto dove poter assecondare
il suo stomaco, quel paninaro lì all’angolo potrebbe andare bene.

Stancamente
le gambe di questo strano signore cominciano a trascinarsi lungo quella
strada che è stata testimone della sua musica, quella musica
malinconica che riempiva la strada è cessata quando l’uomo ha smesso di
fare scivolare le sue dita sopra il suo flauto, adesso, al posto di
quella musica, c’è l’immagine altrettanto malinconica e stanca di
questo signore, che come fa da trent’anni ad oggi, quando il sole si
trova a quell’altezza, si trascina lungo il marciapiede, osserva coloro
che incuriositi gli lanciano una rapida occhiata, afferra il suo panino
e lo mangia.

Il
bambino che si era fermato a osservare il vecchietto corre lungo la
strada, la sua vitalità traspare dai suoi movimenti, i suoi occhi
vivaci continuano a cercare nuove singolarità, a cercare qualche cosa
che colpisca la sua attenzione … Davanti agli occhi del bambino
compare quel panciuto signore, quel signore con in mano la sua
importante valigetta, quella piccola ventiquattrore che al suo interno
contiene i molti contratti che pure oggi è riuscito a concludere.

La
valigetta si muove lungo la strada, accompagnata dalla grossa mano del
panciuto signore che ha attirato l’attenzione del piccolo esploratore,
mentre la pancia del venditore balla al ritmo della sua camminata, lo
sguardo dell’uomo si posa sull’elegante ristorante all’angolo, l’uomo
entra dentro, saluta confidenzialmente il cameriere e va a sedersi al
suo tavolo, a quel tavolo che ormai lo ospita da diversi anni. Quando
l’uomo si siede il cameriere si precipita a prendere l’ordinazione,
pochi sguardi bastano per capire ciò che l’uomo vuole, ormai si
conoscono bene … basta un cenno e subito si intendono, come due
vecchi amici d’infanzia che hanno trascorso insieme gli anni più
importanti della loro vita.

Il
bambino continua a girare per il quartiere, i suoi occhi sono testimoni
della quotidianità di questa zona, una quotidianità che potrebbe essere
una continuità … Il bambino, crescendo, potrebbe ingrassare e
diventare un venditore che va a mangiare al ristorante all’angolo;
invecchiando, dopo aver dedicato la sua vita alla famiglia, potrebbe
avere qualche disgrazia economica, potrebbe ridursi a trascinarsi lungo
quei marciapiedi, potrebbe finire la sua esistenza suonando lungo i
lati della strada sperando nella generosità dei passanti.

La
musica continua a riempire la strada, continua a coprire il rumore dei
tanti passi che la calpestano, continua ad attrarre l’attenzione di
coloro che passano di lì.

Mentre
la musica continua a vibrare lungo la strada, mentre l’immagine di quel
bambino accompagna il mio pensiero, i miei occhi si posano su un
piccolo sasso nero che si trova fra tanti sassi bianchi. Penso a quel
piccolo sasso nero circondato da così tante pietruzze bianche; una
domanda attraversa la mia mente: quel sasso, quel piccolo sasso così
diverso dagli altri, si sentirà originale o incompreso? Quel piccolo
sasso cercherà di valorizzare le sue differenze o tenterà di fingersi
un sasso bianco per evitare di essere solo? L’originalità è una
disgrazia o una benedizione, oppure è una benedetta disgrazia o magari
una maledetta benedizione? Non riesco a trovare una risposta, non ho
idea di come si senta quel piccolo e apparentemente insignificante
sassolino … Un’altra domanda affiora alla mia mente: quando qualcuno
prende il sassolino nero, lo sposta dal posto in cui si trova e lo
mette insieme ad altri sassi neri, quel piccolo sassolino gli sarà
grato oppure no? Come si sente il sasso? Come vuole essere il sasso?
Vuole essere uno dei tanti oppure vuole distinguersi in qualche modo?

Pensando
al sasso nero diverso dai tanti sassi bianchi apparentemente tutti
uguali mi viene in mente un film di Pier Paolo Pasolini, il titolo del
film è “la ricotta”, nel film recita anche il grandissimo Orson Welles,
che interpreta un regista marxista che sta girando un film sulla vita
di Cristo. Nel film c’è un dialogo fra Orson Welles e un giornalista,
un dialogo molto bello in cui il grande regista si prende gioco del
giornalista che lo sta intervistando, durante l’intervista Orson Welles
chiede al suo interlocutore se si considera un “uomo medio” e quando
questi risponde affermativamente il grande regista pronuncia una frase
inquietante: “Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un
uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista,
razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste… Il capitale non
considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione…
e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale…
Addio.”.

La
frase di Orson Welles continua a rimbombare nella mia mente, quel sasso
nero in mezzo a tutti quei sassi bianchi fa su di me lo stesso effetto
che farebbe un poeta, un poeta che nei suoi versi continua a propormi
quella frase così singolare … Un uomo medio … chi sa se Pasolini
per uomo medio intendeva un uomo come tanti altri oppure un uomo privo
di idee proprie, forse ha indirizzato la sua frase a un giornalista
proprio per attaccare colui che come un megafono impone alcune idee a
una massa indistinta di “individui”, portando coloro che leggono i suoi
articoli a pensare tutti la stessa cosa. Chi sa … forse “l’uomo
medio” è colui che con pochissime informazioni si crea un’idea della
realtà, un’idea della realtà che continuerà a considerare la realtà
medesima, un’idea della realtà che lo rende simile agli altri “sassi
bianchi” che si trovano a lui vicini. Quando penso “all’uomo medio” la
mia mente è confusa, è confusa dai tanti articoli dei tanti giornali
che quando dichiarano di descrivere la realtà, allo stesso tempo,
decidono quale realtà descrivere, tentando di portare il pensiero di
chi legge in una direzione precisa.

Forse
non è casuale che la famosa frase l’abbia detta Orson Welles, egli,
infatti, oltre ad essere il regista per definizione è anche colui che
ha girato “quarto potere”, quel grande film in cui viene narrata la
storia di un grande magnate della comunicazione; quel film nel quale la
vita di una persona viene narrata da più personaggi; un film in cui i
tratti della medesima persona si delineano in modo differente a seconda
di chi narra le sue vicende; un film in cui viene cercato il
significato stesso della vita.

Più
penso a Orson Welles e più mi persuado che Pasolini abbia ben ponderato
a chi fare dire la sua famosa frase. Oltre ad avere girato “quarto
potere”, Orson Welles è famoso per aver scatenato il panico in America,
infatti, in una sua famosa trasmissione radiofonica Welles ha letto in
diretta “la guerra dei mondi” integrandola con alcune importanti
interviste simulate, bene, Orson Welles ha dimostrato con quella
trasmissione l’incredibile potenza dei media. Leggendo “la guerra dei
mondi”, leggendola come se si trattasse di un fatto vero, Welles ha
scatenato negli Stati Uniti il panico: migliaia di persone hanno
reagito come se fossero veramente atterrati gli extra terrestri sulla
terra e avessero tentato un’invasione …

Mi
immagino le conversazioni che ci sono state durante la trasmissione di
Welles fra le persone che ascoltavano la radio, fra le persone che come
tanti piccoli sassi bianchi si allineavano al pensiero che veniva loro
trasmesso dal “grande fratello”. Immagino ci sia stato qualche “sasso
nero” che controcorrente ha dichiarato: “ragazzi, abbiamo perso la
testa! Credete veramente che siano atterrati i marziani per invadere la
terra?”, immagino anche la risposta che i tanti “sassi bianchi”
tremando, hanno dato: “vuoi sempre pensarla a modo tuo! Non le senti le
interviste? Devi sempre mettere in dubbio tutto …!?”.

Orson
Welles; le parole; i sassi bianchi; i sassi neri; tutto sta scorrendo
nella mia mente, tutto si sta muovendo velocemente, come tante piccole
api che si muovono intorno al loro amato alveare. Come tante piccole
api i titoli dei giornali stanno scorrendo nella mia mente, uno di essi
si ferma qualche istante prima di ripartire col suo ossessivo
movimento: “pirata della strada albanese uccide con la sua auto un
bambino, scappa senza prestare soccorso”. Non so, forse è questo modo
di scrivere che è da “mostri, pericolosi delinquenti, conformisti,
razzisti, schiavisti, qualunquisti”; o forse è chi legge e subito pensa
che tutti gli albanesi siano pirati della strada non pensando che in
Italia ogni anno migliaia di persone muoiono a causa di incidenti
stradali, sicuramente anche fra gli italiani ci sono molti pirati della
strada, forse è questo modo di non pensare che è da “mostri, pericolosi
delinquenti, conformisti, razzisti, schiavisti, qualunquisti”; forse
sono io stesso quando scrivo in questi termini che sono un “mostro,
pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista,
qualunquista”; non so, le idee continuano a viaggiare confuse dentro la
mia mente, come tante api che continuano a volare affannosamente
intorno al proprio alveare.

Lungo
la strada si ode il rumore rapido dei passi di un bambino, quel bambino
che lasciando trasparire la sua vitalità continua ad esplorare questo
mondo per lui nuovo. I suoi passi sono sempre più rapidi e vicini, la
sua piccola scarpa urta il sassolino nero testimone ed evocatore dei
miei pensieri; il passo rapido e deciso del bambino colpendo il sasso
lo fa volare lontano da tutte quelle pietruzze da lui così diverse.

La
corsa del bimbo continua, continua verso il sole che si sta
allontanando, verso il sole che si prepara alla sua quotidiana morte.
Gli occhi del bambino guardano verso l’orizzonte, guardano verso il
sole i cui colori stanno virando verso un rosso intenso, verso quel
rosso che cattura spesso la nostra attenzione come il saluto di una
persona a noi cara che si sta allontanando. Il sole continua ad
abbassarsi, le persone lungo la strada stanno diminuendo di numero;
mentre il suono del flauto continua ad accompagnare i pensieri delle
persone che si trovano qui intorno, il sole continua a bruciare.

Questa
storia l’ho copiata da internet, ma non ricordo né il sito, né
l’autore.. Se qualcuno ha informazioni al riguardo, sarei felice di
aggiungerle!

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